Ronco Leone a Noto (SR)
Ronco Leone a Noto, angolo a cul di sacco del piano alto, “U Cianazzu”, era un piccolissimo spicchio di mondo che sembrava nato dal pennello di un impressionista. Il numero quattro mi ospitò tra i sette e i dieci anni, prima di essere trasferito in collegio nel 1950. (Su google.map l’immagine del ronco rimasta quasi identica negli anni)
Sboccava sulla Michele Amari, conosciuta in quel tratto come “Calata ri l’Acqua Veccia”, “vecchia discesa dell’acqua” o della “vecchia acqua”, dal manto prima calcareo e poi acciottolato, che le burrasche si divertivano a scavare.
Trainare su il carro era un’impresa per gli asinelli, e cavalli e muli facevano tintinnare le "cianciane" (sonagliere) del sottogola a ritmo sostenuto, per liberarsi al più presto dello sforzo una volta al sommo, mentre le ruote del carro sobbalzavano su buche e ciottoli divelti. La discesa non era di meno. Le bestie procedevano guardinghe per sostenere la spinta del carro. Cinquant’anni dopo, a parte gli abitanti, i carretti siciliani e qualche parete imbiancata, non era cambiato molto.
Anche io non ero più del luogo.
In gergo li chiamano “ronni ri casa”, (donne di casa) quei folletti che si divertono a fare sparire aghi, calze, forbici e altri oggetti in mano fino a pochi minuti prima e di botto introvabili. Intrecciano le criniere e le code dei cavalli durante la notte, arricciano il pelo ai gatti e ai cani, si scapricciano e sghignazzano alle spalle dei poveri diavoli di cui si prendono giuoco. Gli allitterati li definivano superstizioni, arterie cerebrali incrostate e, in tempi più moderni, effetti da demenza senile, Alzheimer, ma vi giuro che non è così. Sono sempre loro: i folletti.
Ieri mattino per esempio mi avevano nascosto il boccale di plastica dove non lo avrei mai cercato e nel pomeriggio mi hanno fatto scervellare per una busta con il login per accedere al conto corrente. Ma dico io. L’avevo sotto gli occhi eppure loro la occultavano. Da prenderli a calci nel sedere o spruzzarli con DDT o cianuro di potassio. Quando in casa c’era la consorte, spesso era lei che ci metteva mano senza ammetterlo, ma ora che sto solo, sono loro a raggirarmi e a sbellicarsi di risa alle mie spalle vedendomi arrabbiato.
Aveva ragione a “za Mena a Murtiddara”, (zia Carmela Mortellaro anche se non era zia di tutti) ormai vedova Vinci che, con le mani eternamente nascoste sotto il grembiule, brontolava e imprecava perché le avevano nascosto la padella o la casseruola o avevano messo paura al gatto che terrorizzato si era dileguato per ore e non perché andato in cerca di avventure feline. Il guaio era quando quei furfantelli le spostavano l’orinale che di notte non trovava più.
Avrebbe voluto avere in casa il figlio Paolino, custurinu (questurino), di oltre uno e ottanta e dall’occhio vigile, per poterlo lanciare contro quei diavoletti al posto suo che un po’ ingobbita, gli arrivava sì e no alla cintura da dove pendeva lo sputafuoco. Ma Paolino Vinci era via, al Nord, era sì nella questura, portava il pistolone ma non indossava mai la divisa.
Si accedeva al ronco dopo avere superato un primo piano e tre ordini di quattro gradini dai bordi lastricati con grosse pietre. Ricordo solo vagamente chi abitava ai lati del piano di accesso con suolo acciottolato come il resto.
A sinistra del secondo ordine di gradini un tugurio, un buco nero privo di numero civico forse ormai ostruito, ospitava Paulina Cardinale, “a ngrasciata” a dispetto del cognome, con la figlioletta sotto assedio di un esercito di mosche che pascevano sul suo visino appiccicoso di muco e grasso, e il marito Vicienzu, con pancia e testa abitualmente sature di rosso che lo faceva ondeggiare e minacciare, bestemmiando la mala sorte. L’asino, quando era di casa, alloggiava in fondo; “a tannura” (per cucinaare) erano alcune pietre su un muretto fuligginoso e nell’ultimo angolo buio tra frasche e legna c’era il buco per il pozzo nero. Quei pochi litri di acqua indispensabile, Paulina, parsimoniosa in tutto, andava ad attingerli al rubinetto pubblico (a cillitta) dei dintorni.
Dopo la terza gradinata, il ronco continuava in salita prima di allargarsi e inoltrarsi a gomito su un piccolo pianoro con una conca dove stagnava l’acqua di un’eventuale pioggia. Da alcuni scalini e dal pianerottolo protetti dall’inferriata, si accedeva a un uscio della za Mena, l’altro sboccava all’opposto sulla Principe Umberto.
Sopraelevato al tugurio e di fronte alla “za Mena” abitavano Cicciu Macca e Currarina. Un interno lindo e latteo da villaggio arabo, con la pergola nel corridoio, nascosta dietro il portoncino marrone dell’ingresso e a lato della stretta scalinata ricurva per accedere al terrazzo con vista spaziosa sulle vallate a ponente.
Currarina quarantenne, faccino e testa rotondi, piccola ma non gracile, ordinata, portava la treccia a “tuppo”. Senza figli, il marito partiva la mattina e ritornava la sera, lei eternamente indaffarata, quando camminava si dondolava frettolosa come una papera intenta a tenere insieme una nidiata immaginaria. Anche la loro casa godeva di due ingressi così la giumenta non attraversava i vani per raggiungere la stalla.
Se dovessi recarmi su, dove da ragazzino alloggiavo, dovrei fare pausa prima di affrontare l’ultima gradinata. Gli anni pesano sul groppone e il groppone è sostenuto dalle gambe. Ci arrivo comunque mentalmente al rifugio di due vani al numero quattro, con ingressi separati e su due piani distinti. L’interno, più in basso, comunicava con l’altro attraverso la volta di un cunicolo con alcuni scalini che un gatto doveva superare saltando e io appoggiandomi alla parete andando su e in giù per evitare di rompermi il collo.
I vani erano vasti e mia madre aveva permesso l’acquisto di quel pied-à-terre, a condizione che l’animale al traino godesse di accesso e stalla separati. A giusta ragione non immaginava manco lontanamente decorare dove si mangiava e dormiva, con qualche chilo di sterco fumante del quadrupede in transito che fra l’altro, ferrato, rischiava di scivolare sui mattoni di terracotta e di spaccarli.
La stalla era ampia e si divideva in diversi settori d’uso: greppia, fienile, pozzo nero, angolo per legna e carbone, cucina. Tutto su un pavimento di larghe pietre levigate.
Non ho mai amato i pozzi neri. Meglio in piena campagna a ridosso di un cespuglio con gracchi e corvidi che svolazzano e osservano curiosi e avidi il biancore delle chiappe, piuttosto che andare a versare l’acqua per eliminare le tracce residue dal trono, ma vi ero costretto e inutile far finta di dimenticare. “O tempora, o mores!”.
E degli altri abitanti che ne era?
Lasciando per ultimo la famiglia gonfalone con la quale ero in contatto ininterrotto, stringiamo la mano a Neli Alizi, all’anagrafe Emanuele Galizia, di taglia rispettabile, rumoroso in casa e fuori, specialmente se come Vicienzu, aveva messo mano o, meglio, bocca al bottiglione di rosso. Una buona scusa per menare moglie e figli. L’unico a scansarsela era il più piccolo con cinque anni meno di me, che nascosto sotto il letto o in un cantuccio sfuggiva alla sua vista offuscata dal nettare di Bacco.
Alla ronna (donna) Paulina, la moglie, avevano appiccicato il soprannome di “pipiana”, uno perché la parlata rammentava il pigolio di un pulcino e due perché poveraccia era spesso a lagnarsi del marito un po’ troppo manesco che don Ciccino, di cui riferiremo tra poco, ogni tanto si vedeva costretto a rimettere in riga. E Neli che oltre le mura di casa, sbraitava ma non aveva mai messo le mani su chicchessia, compunto, si teneva buono ma solo fino alla prossima bevuta che non tardava.
E dire che i ragazzi e le ragazze erano abbastanza svegli. Uzzu, abbreviativo, diminutivo, e vezzeggiativo di Corrado, santo patrono di ricchi e poveri ma più dei primi che degli altri, quando arrivò alla maggiore età, non se la sentì più di sopportare le fisime e le lune di traverso del padre e lo piantò in asso.
Paolo, terzogenito, alla ricerca costante della buona occasione, svicolava, trovava sempre un espediente per trarsi d’impiccio in casa e fuori. Il non essere troppo selettivo su compagni e tipi di affari, rendeva, e il padre lo rispettava proprio perché al figlio il bigliettone in tasca che gli consentiva il fiasco, non faceva difetto. Tralasciando il piccolo, restavano le due ragazze.
Maria, la primogenita, si avvicinava ai venti. Tutt’altro che insignificante, i mosconi facevano ressa. Aveva però la smania di impiastricciarsi le labbra di rosso vivace tralasciando magari di curare il resto. “Innamorata” di me, come lo si può essere di un ragazzino, mi dava la caccia e quando arrivava ad avermi mi deturpava il viso spiaccicandolo di baci con quelle labbra pingue, sovraccariche di rossetto umido. Ero terrorizzato!
Fuori, nel ronco, appena la scorgevo, se in tempo, mi rifugiavo in casa. Le sue coetanee, mia sorella compresa, piuttosto che proteggermi se la ridevano facendomi inviperire. Quei baci quasi violenti penso che mi abbiano traumatizzato e ancora oggi non sono proprio propenso a prenderne o a distribuirne. Non ne vedo la necessità, tranne che non siano di altra natura. In tal caso mi vendico.
Di sua sorella Nuccia non posso dire molto a parte le scenate e i ceffoni che suo padre non le risparmiava perché pescata a “confabulare” dietro l’angolo con quello o quell’altro ragazzo.
Ed eccoci all’ultimo capannello con Mariuccia, Enzo e Francesco Giusto, alias don Ciccino, il papà, tralasciando il resto della famiglia che mi coinvolgeva di striscio, sebbene donna Giovannina all’aspetto giunonico accordasse polso e intraprendenza e che senza di lei Ronco Leone non sarebbe stato tale. Iniziando dal basso per ordine di età c’era Enzo sui sei, il prossimo ero io tra otto e nove, seguiva Mariuccia con due in più di me.
Questo trio di mocciosi stava volentieri sotto l’ala di don Ciccino, falegname esperto a costruire sedie ma con salute precaria: un’ulcera gastrica, rinvigorita e alimentata dal fumo, gli diede il colpo di grazia non molto più tardi.
Non dico che i tre fossimo appiccicati l’un l’altro. Impossibile, perché Mariuccia quando non era a scuola aiutava la sorella maggiore nel verso di casa, Enzo ben messo e con uno spiccato senso d’avventura, appena intravedeva uno spiraglio se la squagliava unendosi a una delle orde schiamazzanti di coetanei che infestavano i quartieri e io, il piccolo muntagnisi calato dal colle, che gracile trovavo svago nei libri.
Ero però affascinato dai cannoli che la pialla di don Ciccino estraeva dal grezzo per preparare spalliere, caviglie, gambe di sedie o altri mobili. Quei riccioli attorcigliati, partoriti dalla buca dell’attrezzo, erano di bimbi che, ridacchiando al ritmo dello sfrego stridulo con il legno, abbandonavano la bietta, sfioravano il ferro e si adagiavano silenziosi ai bordi del banco.
La magia animata dal mio sguardo attento ed empatico, sboccava in una lieve malinconia osservandoli immobili, privi di vita, accumulati dalle mani del falegname in attesa della fiamma che li avrebbe avviluppati.
Vivi e presenti anche dopo quasi tre quarti di secolo le serate invernali quando, in cerchia, davanti a don Ciccino, pendevamo dalle sue labbra o quando per il gioco dell’oca con i dadi tra le mani a coppa, prima di lanciarli sbattendoli, scongiuravamo il nove recitando “quattro e cinque”, “sei e tre”, “vola!”. E il nove arrivava come il frullo d’ali di una ronna ri casa, di un folletto, rischiarato appena da un’unica lampada esterna che dal lungo braccio nero, ricurvo, attaccato al muro, proiettava una luce giallognola e apatica su ciottoli e mura del Ronco Leone di Noto.
S. C. Magro
ottobre / novembre 2019
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