Letture brevi

(https://lozafferaneto.it)
Una recensione


Il percorso, partendo dal davanzale degli Iblei che si affacciano sull’Ionio dell’estremo sud, è sofferto ma variegato. In tempi non lontani era un tracciato polveroso d’estate o infangato dalle piogge invernali dove arrancavano i carri trainati dai muli. Forti e resistenti come i montanari, non si lasciavano prendere dalla foga di liberarsi dalla stretta del pettorale. Tiravano e avanzavano. Epoche tramontate, sconosciute alle nuove generazioni.

Sui quasi 40 chilometri, niente più quadrupedi al traino. Sulla carreggiata oltre Palazzolo Acreide, ormai asfaltata e adattata ai veicoli, incontriamo qualche rara automobile. La nostra vivace Lady Daniela al volante, abituata ai tornanti alpini, ama farci provare la stretta delle cinture che evitano di sballottarmi nel vano posteriore dove seggo.
Il SUV Fiat è un pacioccone con il fiato corto. Non le permette di mettere a nudo le doti, nascoste, di pilota di rally. Lady D. sorride al mio commento senza sentirsi adulata.

La vista scorre un panorama di vallate immerse tra colline aride,  superfici nude che a sorpresa si coprono di macchie verdi o popolate da qualche pala eolica che accetta la spinta delle correnti di aria, altre immobili, abbandonate a sé stesse. Scheletri con articolazioni inerti.

Non ci è voluto molto per convincermi a seguire la giovane e il suo partner, uno dei miei. Andiamo a trovare Irene e Alessandro. Venuti a conoscenza della nostra breve presenza nell’isola, hanno insistito per vederci in quel di Buccheri, uno dei tanti borghi delle alture siracusane che d’inverno, sferzati dai venti del nord, si coprono di bianco e con alle spalle un passato di contadini e pastori. Vassalli che a fatica sopravvivevano all’ombra del potere illimitato dei feudatari scomparsi assieme alla polpa di cui non restano nemmeno le ossa che la sostenevano.
Vita dura prima, orizzonti non troppo sorridenti oggi.

Sfioriamo il borgo.
Le scanalature di una breve discesa piastrellata ci scuotono quasi volessero disintegrare il veicolo prima che la serpentina di un’amena vallata ci conduca a destinazione.
Il tramonto è vicino, è caldo e le cicale si sfogano con brevi pause collettive al segno della bacchetta di un invisibile maestro che interrompe il concerto. Nel silenzio ovattato recuperano energia. Qualche solitaria pizzica sulla corda dello strumento, manifesta forse il suo dissenso con un brevissimo frinire, quasi un mugugno, e attende.
È qui che lo Zafferaneto è pronto a darci il benvenuto.

“Masseria fortificata”, ho letto su internet. 
Altro che! Nata, sembra, nell’800, più che una masseria fortificata rassomiglia a un monolito a prova di cannone. L’ingresso non lo dice  ma..., ecco anche le feritoie dove gli occupanti infilavano le canne della doppietta, quando attorno si aggiravano affamati o malintenzionati che l’evoluzione ha costretto a riadattarsi.

La vallata sulla quale sbocca il belvedere, un vasto terrazzo con i tavoli in attesa degli ospiti, è uno spettacolo per tavolozze maestre.
Il tramonto vicino, l’orizzonte si colora di rosa variegato con tinte sfumate di blu.
Che strano! Una nebbia policromatica si adagia sull’uliveto che risale il pendio con il sommo coperto da una cresta di pini. Un debole soffio di grigio copre il verde opaco degli ulivi che di tanto in tanto si fanno più scuri o più chiari. Visione eterea, diafana come il fluttuare di un velo al soffio tenue della brezza. Osservando mi sembra di navigare in un mare sospeso nel vuoto, rilassante assieme  all’immagine dei ragazzini che godono quieti e in silenzio la frescura della piscina.

Una simpatica brunetta c’informa che I. è assente. 
«Sarà presto di ritorno.»,  conferma A., l’artista dei piatti allo zafferano venuto ad accoglierci. 
I. e A., abbreviando, avanzano sulla scia di un sentiero che da anni tracciano passo dopo passo. Non solo l’agriturismo. La schiena piegata, hanno coltivato e coltivano con le loro mani i delicati pistilli del fiore cresciuto sulle alture, il dio zafferano in cui hanno creduto e credono.

Due persone tanto diverse  e tanto unite e decise, spinte da sentimenti comuni e dall’amore per la terra che calpestano, una terra richiamata a vita. Non li ha piegati la tramontana tagliente che d’inverno congela il respiro, né la calura delle estati siciliane. Hanno seminato, zappato, diserbato e raccolto “l’oro rosso” delle colline ancora incontaminate, spesso abbandonate perché nessuno in tempi “moderni” è disposto a sporcarsi di terra per un tozzo di pane bagnato di sudore. Loro invece, pronti ad attaccarsi con i denti a una sporgenza di granito levigato, continuano imperterriti la scalata.

Meriterebbero di più ma, oltre a un po’ di fortuna, fare conoscere e apprezzare un prodotto nella cacofonia del globale è un’impresa che assorbe tante risorse. Che fare? Buttare in aria anni di sacrifici e restare sospesi con lo sguardo speranzoso sull’orizzonte, in attesa della provvidenza?

No, non è da loro! L’occasione avvistata, proiettati nel domani sebbene timorosi per l’importanza della sfida, l’hanno colta aprendo un varco al loro zafferano genuino, pronto a guarnire, nobilitare piatti che stuzzicano il palato degli ospiti.
Piatti ricchi di un gusto particolare, piatti dello “Zafferaneto”!

Su di essi non mi attardo perché non si discute sul “de gustibus” e poi potrebbe apparire di parte. Dico solo: Provare prima di parlarne! D’altronde gli apprezzamenti non mancano.

Al seguito di I. arrivata, m’immergo con gli altri nella struttura.
I solai e i ballatoi interni si adornano di suppellettili dell’artigianato rustico contadino, si accordano agli acciottolati dei cortili. Le camere vaste e dotate di servizi possono ospitare quasi due decine di persone. Arredate con mobili dell’artigianato dell’isola e letti in ferro battuto, esaltano l’immagine della vita di campagna e delle sue tradizioni. Chi, nel frastuono industriale quotidiano, costretto a tuffarsi nei flutti della corrente, sente il bisogno di recuperare, trova nello Zafferaneto il silenzio e l’energia per ricaricarsi. Nella notte, i versi delle civette e i latrati dei cani non penetrano le mura.

Ai nostalgici non mancheranno poi gli echi dei rumori che in città rincorrono per “rigenerarsi”. Eventi mondani, serate musicali, rievocazioni storiche, mitigano l’assenza del centro urbano, s’innestano nel contesto agreste arricchiti dagli odori della campagna pronta di giorno ad accogliere escursionisti immersi nei sentieri e nelle vallate dei dintorni che regalano qualche sorpresa.

Ma chi sono Alessandro, Irene, e gli altri personaggi che premono sui pedali dello Zafferaneto?

Alessandro, fisico asciutto, ben oltre gli uno e ottanta, taciturno e pervaso da una calma difficile da intaccare. “La calma è la virtù dei forti”, dice un vecchio proverbio. Consapevole e conseguente, in presenza della nuova sfida, si è preparato ad accoglierla. Nessuna improvvisazione e i menu raffinati, anche quelli che la fantasia gli suggerisce, prima di addobbare i piatti hanno impegnato i suoi gastro-neuroni, accarezzato mentalmente e poi realmente le papille gustative. Solo dopo aver dato loro il suo tocco maestro, arrivano sui tavoli. Alessandro alle parole preferisce i fatti, alla visione fa seguire la realtà.
Superfluo aggiungere altro.

Irene, la sua compagna. Una silhouette slanciata, estroversa, è un gomitolo di energia, un vulcano sempre attivo. Gli occhi ammiccanti ti cercano e le labbra sono sempre pronte al sorriso. Ma attenti! Aperta e generosa sa anche essere determinata. Sotto l’aspetto gentile e accattivante, c’è uno strato che non si lascia scalfire. Irene, assieme al pulsare dell’animo della struttura, ne incorpora l’immagine che gli ospiti sanno apprezzare.

E poi ogni tanto c’è Paolo il papà di Alessandro. Estroverso, gioviale, segue con un apporto valido lo sviluppo dello Zafferaneto. Paolo non si fa pregare anzi anticipa l’azione. Solare, coinvolge, comunica forza, sicurezza, si amalgama al solido che la costruzione emana. Se presente, il brindisi con gli ospiti che apprezzano le sue attenzioni è d’obbligo. Con lui accanto il termine “impossibile” non esiste.

Il terzetto si arricchisce di due perle rare.
Z. e M., le iniziali. Sorelle gemelle, simpaticissime, gli occhiali da vista sul naso di una di loro fanno la differenza. Districandosi tra cucina e tavoli, svolgono il compito con dedizione ed entusiasmo. Amano il faceto e con una semplicità di modi sorprendente, estranea a ogni sottigliezza, ti conquistano, ti fanno sentire di casa.
Peccato non poterle incontrare più spesso.


Leggevo in un quotidiano locale il commento di un espatriato siciliano con radici nell’isola, uno che occupa le alte sfere delle classifiche mondiali di ricchi e famosi. Accorda alla Sicilia tutto ciò che oggi può rendere invidiabile una realtà baciata dalla natura e dalla storia che ha alle spalle.

Avanzando tra spazi e locali adibiti agli usi, penso che le oasi curate con dedizione e amore, immerse nella natura, nutriscono e consolidano il senso di benessere indispensabile a una degna quotidianità che la piena travolgente del virtuale effimero, rischia di intaccare.
Lo Zafferaneto, a mio umile parere, è una di queste oasi.

C.S.M., luglio-agosto 2022

Manfredi ed Eliane hanno iniziato ad annusarsi e partono per un fine settimana in una capanna di montagna dello Hütliberg (La montagna cappellino) che domina Zurigo.
Decidono di recidere ogni contatto con il mondo delle telecomunicazioni e spengono i cellulari eternamente pronti a farsi vivi.
48 ore circa, durante le quali accade un evento molto strano.

1. Un punch per favore
Piuttosto annoiata, in cerca di distrazioni, restava appollaiata sullo sgabello, la mini sempre più mini per due belle gambe che cavalcioni creano sempre un certo effetto, centellinando il “forte” preparato su misura: un miscuglio infernale.

    Il fracasso e la confusione, saturavano come di dovere il locale “cool”. In quella bolgia, ogni movimento era battersi senza “machete” contro una giungla di corpi, braccia, chignons, seni flaccidi, chiappe super calibrate, stiletti che minacciavano di bucarti il metatarso, aliti acidi, puzzolenti di carie o di ristagni dello stomaco.

    Indecisa se trattenersi, si era girata verso l’ingresso e, per uno di quei fenomeni pilotati da qualche diavoletto saltellante invisibile sulle teste dei convitati, l’aveva scorto giusto prima di lasciarsi inghiottire dai marosi dopo il tuffo dallo scalino. D’acchito, lo stimò un bel tipo anche  se un po’ smarrito. Per non perderlo di vista, impegnato a guadagnare qualche centimetro quadrato di spazio, lei si issò poggiando una mano sullo sgabello accanto, provvidenzialmente libero.  

    In equilibrio si sollevò ancor più sulla caviglia e, visto che l’altro sembrava avesse incrociato le sue onde ottiche gestite dal bafometto burlone, con due dita agli angoli della bocca emise il fischio del pastore rendendosi bersaglio di centinaia di dardi ottici e facendogli segno di avvicinarsi.
    A un tizio convinto di esser stato interpellato e che si accingeva a prendere posto, prima col viso truce e poi con un sorriso melenso, disse: “Non era per te mio caro”, lasciandolo di stucco.

    L’invitato, come un ariete che va all’attacco o in diagonale come una trota, provava ad avanzare verso il bar. Un’impresa con il rischio di annegare tra i corpi di quella massa di “profughi”. Una massa che, osservata dall’alto, somigliava a uno stagno intasato di anguille ubriache, piantate nella melma, a caccia del resto di ossigeno inquinato e sommerso da una marea acustica.     
    Stava per abbandonare ma, ormai a mezza strada, decise di proseguire.

«Grazie! Gentile da parte tua.»
«Segga pure. Dà sempre del tu per iniziare? Cos’ha capito?»
«Beh, scusa. Credevo m’invitassi.»
«E persiste anche… »

    Manfredi si tacque. Insomma mica era cretino. Che la tipa non avesse le viti ben strette? Ce n’erano tante in  giro. Se non fosse proprio perché non ci stava altro…, però quella era più che carina. Poteva almeno riposare gli occhi su un bel viso, due labbra sensuali e più in basso…
«Un punch», raccomandò al garçon in camicia bianca e papillon nero mentre sfrecciava da una punta all’altra del bancone,  «all’arancia e con abbastanza rum. Grazie.», gli gridò ancora dietro.

    Lo starnuto riuscì a moderarlo nel moccichino di carta.
«Sei anche una tanica di batteri.»
«Scusi se…» guadagnando posa, «adesso però è lei a darmi del tu.»
«Devo pur rifarmi. Ho ancora un punto da recuperare.»
«Ma sentila un po’. Ecco perché lo sgabello restava libero.»

    Lo guardò tra il serio e il canzonatorio e osservando il punch fumante e odoroso servito:
«Ne porti uno anche a me. Non così forte..., anzi più forte. Devo rafforzare le difese immunitarie.»

    Tornò a fissarlo.
«Tiens (in francese)! Vuoi sempre cambiare posto? Alcuni ospiti levano il campo.»
«No! Adesso rimango proprio per dispetto.»
    Lei rise e, come fosse da tempo in confidenza, allungò la mano coprendo il dorso della sua. Poi in tono bonario corrugando la fronte e inclinando il capo:
«Sai… mi piaci.»

    Manfredi si sentì spiazzato anche a causa di quel maledetto raffreddore che gli pizzicava nella gola e nel naso tanto da fare partire la seconda fucilata, accompagnata da una robusta raffica di batteri agguerriti, a stento schermati dalla mano sfilata velocemente. Alcuni dei presenti lo guardarono sospettosi di trovarsi vicini a un untore.

«La prossima volta non dovrò dimenticare parapioggia o mascherina. Proprio qui dovevi venire ad atterrare?»
«Me ne vado.», facendo per alzarsi.
«Ormai il danno è fatto. Rimani.»
    Il tono era conciliante e lo sguardo malioso e furbastro.

    Arrivò il punch anche per lei.
«È con doppio rum.»,  fece il barman.
«Ottimo… Salute. Psyche!»
«Piacere, Man…fredi!… Psiche con la ipsilon o con la i?»
«Né l’una né l’altra.», sbottando a ridere.
    La guardò con quegli occhi quasi lacrimosi.
«Ti fotti di me?»
«Lo faccio sempre con chi mi è simpatico per vedere dove posso arrivare. Ma dai, visto che stai con un piede nella fossa… Eliane! Salute!», alzando il boccalino del punch.

    Sorseggiarono.
«Piede nella fossa… Stronza! Cominci a interessarmi.»
«Anche? Ce ne hai messo del tempo.»
«Ma sei sempre così sfacciata?»
«Uhm… forse. In ogni caso ho deciso di uscire dal locale sottobraccio con te.»
«E se io rifiuto?»
«Provaci. Farai la figuraccia dell’amante cornuto.»

    Manfredi era più basito che divertito. Gli sfuggì solo quel luogo comune siciliano che imbelletta una vasta collezione di predicati e commenti.
«Minchia!»
«A vossia!», fece eco Eliane, ridendo come una matta e contagiandolo.
«Ehi, siciliana?»
«No, e tu?»
«Nemmeno!», e giù a sghignazzare.

    Uscirono sottobraccio. Sentendo i seni di lei liberi sotto la blusa, premere contro il suo braccio mentre si districavano, la calca diluita, lui si chiese se una volta fuori sarebbe stato lo stesso.
    Non lo fu, ma era stato sufficiente per svegliare “Argo” e fargli alzare la testa vigorosa. Eliane, uno sguardo “involontario” verso il basso mentre lui con la mano nella tasca dei pantaloni provava a far posto a testa e collo del guardiano, rise.

«Cos’hai da ridere?»
«Nulla di particolare. Dovevi proprio essere malconcio?»
«Altrimenti?»
«Avremmo fatto una bella passeggiata lungo il lago o visitata un’esposizione di pittura o meglio e se esistesse, gli affreschi di una chiesa aperta nelle ore vespertine.»
«Lungo il lago sì, ma non parlarmi di arte, di musei o affreschi.»
«Non ti piace il nudo?»
«Sì. Ma non nei musei, né nelle chiese. Fortuna poi che chiese di quel tipo nella puritana e riformata Zurigo facciano difetto.»
«Eppure sono i luoghi dove il nudo, presentato con arte e malizia “nonchalante” ma subdola, abbonda senza parlare dell’effetto delle luci serali e dell’atmosfera di raccoglimento.»

    Preso in castagna, passò al contrattacco:
«Non ci avevo pensato. Tendi al misticismo? Sono piuttosto ancorato al naturale.»
«Ah! Ah! Ma è meno interessante. Il naturale appartiene al settore operativo, non mentale. In ogni caso, uscito sottobraccio, senza opporre resistenza, adesso puoi andartene dalla tua.»
«Dici? E se non ci fosse una “tua”?»
«Andrai altrove.»
«Non con te?»

    Eliane rimase un attimo sopra pensiero.
«Chissà se hai la pelle abbastanza dura per una come me. Potresti restarci secco. Non sono propensa a un sexcidio per collasso cardiaco. Con il respiro corto potrebbe esserti fatale.»
«Sono pronto a immolarmi.»
«Ma io non ho la minima intenzione di scrivere un nome nel martirologio. Preferisco torturare chi sopravvive alle mie sevizie.»
«Di che genere?»
«Rimettiti in forma e se la cosa t’incuriosisce, venerdì prossimo a un tavolo dello “Zeughauskeller” non prima delle otto di sera. Ciao.», si congedò con un buffetto sulla guancia.

    Manfredi ebbe appena il tempo di un proprio “ciao” che lei s’infilava già nel taxi casualmente di passaggio e spariva.
«Oh bella questa! Non è che mi dispiaccia ma ho la sensazione di essere il coniglio e lei la volpe. Attento a non rimetterci la pelliccia e finire arrosto.», considerò. «Però, potere palpare quelle curve e restarci preso, altro che…», con l’acquolina in bocca, si fa per dire, o leccandosi i baffi, mentre si avviava verso casa.

2. Zeughauskeller
Quello strano raffreddore la sera si manifestava più intenso con membra indolenzite e apatia. Nemmeno voglia di leggere o di guardare la tv. Il telecomando scorreva tutti i canali disponibili e una volta al terminale ricominciava.
    
    Squillò il cellulare in anonimo:
«I soliti rompiscatole.», il dito gli scivolò sul sinottico verde invece di bloccare.
«Allora, in casa sano e salvo?»
«Ma guarda un po’!»,  riconoscendo la voce. «Come fai ad avere il numero?»
«Sei tu che me l’hai dato?»
«Ma quando?»
«Pensaci. Tanto fa lo stesso! Visto che stavi semidistrutto, mi sono venuti dei rimorsi.»
«Tipo?»
«Coccolarti un poco, prepararti un brodino, aggiustarti coperte e lenzuola o piumino sotto il mento, darti il bacino della buona notte dopo averti raccontato di Cappuccetto rosso.»
«E tu chi saresti, la befana sdentata col naso adunco?»
«Screanzato! Sono la lupacchiotta impietosita da un pecorone malandato.», e riattaccò.

    Manfredi provò a scovare il numero. Njet! Come aveva fatto lei ad avere il suo?

    La settimana trascorse per il giovane senza troppi scossoni, adoperandosi ad allontanare una volta per tutte i postumi del recente malessere. Eliane gli era venuta in mente senza prendere possesso dei suoi orizzonti.  Il venerdì sera, tra colleghi di lavoro e non, al pub per la birra di rito, si ricordò di lei.

     Dieci minuti dopo le otto, era allo “Zeughauskeller” di Parade-Platz. Entrando fu quasi travolto da un “sommelier” che sul palmo della mano protetto da un tovagliolo, districandosi con arte al passo di granatiere, trasportava un vassoio d’acciaio con una montagna di salsicce, lardo, cosciotto, fagiolini e patate fumanti, e si diede alla ricerca del tavolo di Eliane.

    Girò, rigirò, guardò. Il locale era saturo di ogni tipo di avventore, dal gessino in tuta di lavoro, al barbone o simile, alla casalinga con ancora indosso il grembiule, ai giovani pronti a tuffarsi su ciò che una volta era di un suino, ad artigiani e professionisti impegnati con boccali di birra che il personale sostituiva con solerzia tracciando sbarre verticali, tagliate da una linea obliqua al quinto rilancio.

    Di Eliane, nemmeno l’ombra. Pensava già essere stato bidonato quando un pizzico velenoso alla natica lo fece saltare in aria.         
    Rosso di rabbia, pronto a mollare una sbafera, si gira e chi lo osserva con uno sguardo di sfida? Eliane!
«Ehi ma che diavolo ti prende?»
«Mi stai davanti da cinque minuti. Constatato che le tue natiche non hanno nulla di particolare, ti ho invitato a mostrare il lato opposto. Una befana dal naso adunco ignora le carezze.»
«Per poco non mi staccavi un pezzo del gluteo.»
«Cala le brache che controllo.»

    Erano alle solite, meglio dargliela vinta.
    Si massaggiò la natica mentre prendeva posto.
«Sembra che non conosca le buone maniere. Un baciotto sulla guancia non farebbe al caso? Vi ho plasmato una bella quantità di “Louis Widmer” per farti rendere conto di ciò che significhi per me.»
«Scusa non osavo…», andando a baciarla.
 
    Della pomata anti rughe nemmeno la lontana traccia su quella pelle fresca, vellutata.
    Lei gli prese il mento tra le dita e, una volta vicino, gli depose sulle labbra un bacino premuto più del normale.
«Che dici ne è valsa la pena?»
«Oh sì! Possiamo continuare?», rilanciò Manfredi.
«Dimenticato il pizzicotto? … No! Non è corretto sostituire il piatto forte con l’antipasto.»
«Beccata da rapace, altro che pizzicotto. »
    
    C’era poco da fare. Era lei che dettava legge.

«Sei un’abituale?»
«Saltuaria. Mi piace l’ambiente. Con tanto movimento e con il personale sempre disponibile. Sembra non lasciarsi stressare dalla confusione.»
«Non è certo il locale per una cena intima, al lume di candela.»
«La chiami intimità quella? Proprio in quei locali non ti perdono d’occhio un secondo.»

    Finito il pasto cozzarono ancora una volta i boccali per l’ultimo brindisi.
«A che piano abiti?», gli chiese.
«Terzo piano. Perché?»
«L’immobile è di fronte a quello mio.»
«Nooo!»
«Siii! Anche il mio studio è al terzo piano. Per conferma stasera quando rientri fatti vivo alla finestra.»

    Ecco che metteva le mani avanti. Insomma non era la solita anaconda pronta a strozzarti appena ti scorge. Questa più accorta ed esplicita, era più pericolosa.

    Quando fu il momento di pagare:
«Ognuno per sé. Sia ben chiaro. Né sono disposta a stare sempre sotto.»
«In quanto a posizione preferisco restare io sotto.»
«E te pareva! Troppo comodo. E se ti opponi finiremo magari al suolo in malo modo.»
«Provare per vedere.»
«Al momento opportuno. A proposito, ti andrebbe un fine settimana in una capanna con fieno morbido per materasso?»
«Eh? Mai pensato! Sotto gli sguardi delle mucche?»
«Non temere! Non sono gelose, non sei un toro e non ce ne stanno.  Sai l’odore del fieno è unico. Naturalmente il sacco a pelo è indispensabile. Ne hai uno?»
«No. Non mi è mai servito.»
«Procuratene. Anche scarponi e jeans e il prossimo fine settimana prendiamo un giorno libero in più e lo passiamo tra i boschi dello Hüetliberg. Riservo il posto per la notte e mi occupo delle provviste.»

    Non abitavano distante e percorsero i mille a duemila metri sottobraccio, in allegria sostenuta dalla birra.
«Quando sei pronto, spegni e accendi la luce tre volte. Io ti risponderò con lo stesso segnale. Ci daremo così la buona notte. Adesso un bacio non guasta.»

    Fu un bacio di quelli…
«Ci vediamo in settimana?»
«Non credo. Troppo da fare.»
«Fammi sapere come devo organizzarmi.»
«Ti terrò informato. Andremo con la ferrovia e procederemo a piedi. Tieniti in forma. Ti sarà d’aiuto. Ciao.»

    Pronto per infilarsi nel letto, Manfredi andò alla finestra che dava sul balcone, scostò le tende, osservò l’immobile di fronte. Al terzo piano era tutto buio.
    Premette l’interruttore, spense, riaccese, due, tre volte e attese.
    Dalla parete opposta un vano riempì di luce una figura femminile. La sequenza ultimata, Eliane si avvicinò al suo di davanzale, lasciò scivolare al suolo l’accappatoio, gl’inviò un bacio aereo, agitò le braccia in un saluto e fece scorrere lentamente le mani sul corpo prima di sparire nel buio.
    A Manfredi mancò il fiato. Si morse le labbra.


3. Si parte
«Sei veramente il classico cittadino che non tocca l’acqua se pensa che sia fredda.»
«Perché ?»
«Me ne dai l’impressione. Quando hai messo piede in un prato a rincorrere grilli e farfalle?»

    Provò a ricordare… Mai!
    I genitori non l’avevano mai condotto in campagna. Al massimo al parco giochi e allo scivolo di quartiere e anche lì doveva stare attento a non sporcarsi.
    Mai incontrata una mucca dal vero, una capra o altro a parte una o due visite allo zoo con la scuola.

«Sinceramente non ricordo.»
«Si vede. Dovrò farti da balia.»
«Se lo trovi impegnativo sei ancora in tempo ad andare  da sola o a rinunciarvi.»
«Nella mia logica non c’è rinuncia. Stai lievitando e non ammetto che finisca in un forno estraneo.»

    Manfredi dovette confermarle chiarezza e sincerità. Un po’ spinosa ma era disposto a lasciarsi infilzare per arrivare al contenuto.

«Preferisci Manfrè o Fredy?»
«Quale ti riesce più semplice?»
«A Manfrèèèè! se hai rotto. Fredy quando fai il bravo.»
«Me ne ricorderò.»
«E da questo momento cellulari spenti.»
«Scusa, qualcuno potrebbe preoccuparsi.»
«Lascia che si preoccupino. Non cambia il corso della storia. Siamo nati con il cellulare appeso a colliere o all’ombelico? Ma per milioni di anni come hanno fatto quelli che non ne avevano?»

    Lui non  ci aveva mai pensato. Senza quel cosino pronto a segnalare ogni stupidità, ogni cinguettio, si sentiva orfano.
«Ma se hanno bisogno di noi?»
«Perché hai partorienti da assistere? Sei il solo ostetrico per casi incestuosi? Si rivolgeranno altrove.»
    
    Ebbe la sensazione di avere accettato l’invito senza troppo riflettere. Curioso sempre più di vedere come sarebbe andata a finire, si allineò.

    Non li accolse una baita ma una capanna dei guardiacaccia adibita a fienile e a rifugio di fortuna. La luce serale l’avrebbe fornita un lume a petrolio, un bidoncino era pieno oltre a metà di combustibile, in una scatola lo stoppino di ricambio. Fuori, l’acqua colava lentamente da un tubo in una vecchia vasca da bagno, e scorreva a rigagnoli che si perdevano nel suolo; in un angolo un po’ discosto fornace a legna.         
    Per il resto, a parte una panca, nessun mobile.

    Manfredi si guardò intorno.
    Abituato al comfort totale avvertì un profondo disagio, ebbe un nodo alla gola. Lei se ne accorse:
«Fredy, passami il sacco a pelo che lo sistemo.»
     Lo svolse ne osservò le misure e lo pose a lato. Poi prese il suo e lo stese sul fieno che aveva ammonticchiato per dare forma anche al capezzale.
    Manfredi osservava senza sapere che fare, ma lei aveva detto “Fredy”.


4. Lievitato
Seduti sulla panca lo “aiutò” a privarsi di ciò che indossava, lasciando che si adoperasse con lei.         
«Con calma Fredy, abbiamo tutto il tempo che vogliamo. Infilati nel mio sacco a pelo. Ti raggiungo.»

    Non si fece pregare.
    L’aria frizzante, pungeva. Nell’imbottita morbida ben presto si trovò bene. Il proprio sacco che Eliane aveva giusto messo da parte non li avrebbe contenuti nemmeno abbarbicati.
    Con l’occhio avido seguiva lei che si liberava con grazia naturale delle suppellettili. La silhouette illuminata dalla fioca luce gialla del lume a petrolio regalava una cornice dorata all’anatomia della ragazza e lo trasportava in una dimensione che il sacco a pelo con lei dentro, sublimò.

«Spegniamo e abbandoniamoci alla notte.»
«Certo Fredy.»
«L’odore del fieno…, veramente gradevole.»
«E nel sonno ti avvolge e corrobora. Al risveglio sentirai che effetto, sarai come un cervo pronto a scattare.»
«Spero non svegliarmi con i palchi imbrigliati di steli.»
«Temi la fine di Atteone? Preferisco sia io a sbranarti.», dando seguito al proposito per l’ennesima volta.

    La mezzanotte appena trascorsa si scatenarono gli elementi naturali: pioggia torrenziale che si rovesciava sul tetto della capanna, lampi e scoppi fragorosi, l’ululo e il fischio del vento con cigolii di rami strapazzati  dalla furia della bufera.
    A un mormorio seguì un occhio semiaperto, subitamente chiuso.
    Con il braccio cingeva Eliane che accoccolata masticò “che bello”, incrociando le anatomie.

    Al mattino si era calmata la bufera ma non la pioggia.  Soffi d’aria fresca facevano capolino da qualche fessura e giravano per la capanna.
    Ci volle lo stimolo dello stomaco vuoto per estrarli malvolentieri dal sacco.
«Dormito bene?»
«Non ci sono parole per dirlo. E tu?»
«Avrei voluto allungare notte ed eventi all’infinito.»

«Brrr!», fece lui. «Sento l’assenza dello scaldino.»
«E che hai lo scaldino di bisnonna a casa?»
«Ma no! Mi riferivo a quello del bisavolo, con due orecchie, le forme di due cedri e il fornello con i carboni scoppiettanti in  basso.», in tono nostalgico.
«Cretino! E io che ti sto ad ascoltare.» stiracchiando le membra e aggiustandosi le chiome cascanti libere attorno al viso.

    La pioggia velava la vista tra i fusti delle conifere e colava dai rami turgidi di pini e abeti. La osservavano quasi in silenzio, l’intimità avvolta nel grigio fumoso che copriva le vallati sottostanti come esalasse dal suolo, nascondendole all’occhio.

    Verso mezzogiorno il cielo apparve terso e il sole inondò il mondo circostante svegliandoli dal letargo che aveva accomunato i loro respiri. 
    Seduti, le braccia incrociate sulle spalle, alle parole lette nelle pupille, labbra e lingue risposero con un bacio voluttuoso.

«Fredy, rischiamo di compromettere l’escursione sul sentiero dei pianeti.»
«Dai Eliane, sono curioso di scoprirli nonostante piedi e polpacci reclamino.»
«Sei sempre vissuto nella bambagia.»
«Comincio ad apprezzare il nuovo.»
«Grazie anche al mio “savoir faire”.», civettuola.

«Come quello del sagrestano con il cero acceso.», mentre guarda nello zaino ridendo sotto i baffi.
«Eh? E che c’entra?», le mani ai fianchi, …poi «Ma che stronzo! Ti metto in quarantena.»
«Come in quaresima? Dopo sì che suoneremo la campana!», puntando l’indice sul naso di lei che si ritrae.
«Senti la linguaccia dell’impacciato del bar.»
«Mi rifaccio. L’hai scrostata bene. Ti piace la lingua?»
    Eliane risoluta, lo tirò a sé e se lo appiccicò alle labbra.

«Vedremo come si esprimerà stasera.»
«Ti farà sentire al settimo cielo!», con la lingua appuntita tra le labbra.
    Il palmo di una mano sondò se il suo collo fosse ben piantato.
«Ehi, sei anche manesca!», lisciandosi la mascella.
«Lo meriti.»

    Sei chilometri, il sentiero costellato dai pianeti del sistema solare. Dodici tra andata a ritorno. Portare con sé qualche provvista di cibo e acqua ne valse la pena.

«Ti rendi conto che ogni metro calpestato corrisponde a un milione di chilometri nel sistema solare?»
«Una constatazione che lasciata cadere là, risulta banale. Riflettendo, rimani di stucco. Immagina di essere  un Gargantua megagalattico che in pochi passi si sposta da un pianeta all’altro.»

«Chissà se formichine e insetti pensino in modo analogo rendendosi conto delle nostre dimensioni.»
«Non credo. Altrimenti non ci mancherebbero di rispetto annidandosi nel nostro corpo e pizzicandoci. Sarebbero il massimo dell’arroganza.»
«In quanto ad arroganza poi. Sappiamo di essere un nulla ma agiamo come fossimo il tutto universale.»
«Forse perché anche un granello di sabbia racchiude l’universo. Il granello però, al contrario di noi, non se ne rende conto.»

    Avanzavano respirando a pieni polmoni, il sole, bucando il fogliame, li solleticava.
«Ti eri mai rappresentato questo fine settimana?»
«Manco lontanamente.»
«Cosa provi?»
«Sono mezzo disorientato. Forse è la prima volta che mi trovo tagliato fuori da ciò che, permettimi di chiamarlo civiltà. Sento l’assenza della sindrome del fare, dell’agire per agire, senza sapere poi dove va a sboccare.»

    Erano quasi alla fine del cammino a ritroso. Fermi vicino al macigno del “Sole”, Eliane estrasse dallo zaino due salsicce crude bernesi, particolarmente saporite.
    Masticando:
«E che ne dici dei macigni vaganti?»
    Sorrise:
«M’incuriosiscono.»
«Per cosa?»
«Va bene se riposano su un pendio o a valle ma chi li ha spinti su, quelli che stanno sulle creste delle colline?»
«Si direbbe contro ogni logica.»

    E anche quella notte fu una notte. Una di quelle quando Eliane avrebbe avuto voluto gridare trovando solo la forza di dire:
«Ah Manfré! Lasciami respirare. »
    Prima che fosse lui a invocare:
«Pietà! », abbandonandosi alla mercé del sonno.

    Nemmeno i morsi della fame erano riusciti a estrarli dal sacco. Quando finalmente lo fecero, si resero conto che gli strapazzi erotici inibivano il recupero delle risorse mentali e fisiche.

    Sorbendo un buon caffè:
«Notti rare.»
«Da annali. »
«Ma che ti sei portate le pillole blu appresso?»
«Io?», versando altro caffè nel coperchio del termos.
«Ne desti l’impressione.», aggrottando le sopracciglia.
«Sono le tue. Occhi blu e capelli corvini, un eccellente afrodisiaco.»
«Addirittura?», ridendo. «Chiuderò gli occhi lasciandomi  condurre per mano. Così ti risparmio.»
«Eh no! Buona scusa per darla al primo arrivato se mi allontano.»

Continuarono su questo tono quando Eliane:
«Che aspetto ho?», piazzandosi davanti.
«Scapigliata, trasandata, sexy, provocante.», scansionandola da testa a piedi.
«E io?»
«Sei più di là che di qua. Mostri i segni di una fatica sostenuta a oltranza.», prendendogli la punta del naso e scuotendola dolcemente.
«Lo puoi dire… Che ne pensi di provare la cucina del ristorante?»
«Allora muoviamoci!»

«Avrò l’occasione di osservare dall’alto il mondo sottostante.», aggiunse Fredy.
«Il formicaio a cui fa sfondo la grossa lingua delle acque del lago con la città ai margini.»
«Una lingua molto più grande della mia.»
«Ma non così criminale.»
«Non sei proprio un angelo.»
«Avresti voluto che lo fossi?»

    A qualche decina di metri dalla baracca li raggiunse il lamento soffocato di una sirena. Forse un incendio. Strano che continuasse.

5. La cupola
    Il piazzale antistante all’Utokulm era gremito. Non era una rarità se non fosse stato per i discorsi animati e la ressa per salire sulla torretta al punto che erano stati costretti a regolarne l’accesso. 

    Eliane e Manfredi non prestarono attenzione né alla calca, né alle mezze parole lasciate cadere nel nulla.
    E le tante facce di chi ha la luna di traverso?
    Erano e sarebbero in ogni caso onnipresenti. C’è gente che preferisce stressare i muscoli del viso per darsi un’aria truce da miliziano terrorista, piuttosto di rilassarli con un sorriso.         
    Li incuriosì un particolare insolito: nessuno metteva mano al cellulare e chi provava vi rinunciava stizzito, imprecando. Che fossero per questo quei musi lunghi?

    Oh bella! Eppure l’antenna della rete mobile dei dintorni era proprio piantata sulla torre.
    Manfredi d’istinto provò a mettere mano al suo. Vi rinunciò, perché era rimasto nello zaino dentro la capanna.
«Eliane hai il telefono mobile con te?»
«Sì, ma non voglio farmi rovinare le ore che ci rimangono.»

    La fortuna sfacciata gli concesse al ristorante un tavolo in un angolo con la vista sulle vallate opposte alla città. Com’era rilassante sfiorare e sorvolare mentalmente gli alberi che degradavano.
    Il giovane naufragava ubriaco, lontano dalla tela satura di edifici grigi, di fredde pareti di vetro, lampioni, cavi, insegne luminose; gente di corsa o in estasi su faccine e messaggi… Un mare caotico e ridicolo, cedeva il posto a uccelli e alle cime verdi cullate dalla brezza.

    Il cameriere finalmente arrivato, gli dovette ripetere due volte l’invito a scegliere il pasto. Caduto dalle nuvole, impacciato, chiese a Eliane se avesse già scelto. Avrebbe preso la stessa cosa.

    Eliane l’aveva osservato attenta, gli sorrise dal bordo superiore della cartella con le liste di cibi e bevande, e rivolta al cameriere:
«Sì, per due. »
    L’altro via come un  razzo:
«Grazie!», senza nemmeno chiedere cos’avesse ordinato.
«A te per il vino. Dove stavi a navigare?»
«Boh! Ero sommerso da una serie di sensazioni: l’ambiente, il paesaggio, le ore trascorse, la nostra intimità…»
«Cosa dell’intimità?»

«Come spiegarlo? Strattonato da messaggi inutili, invaso dalla pubblicità, in città appena libero dal lavoro vai al pub, svuoti bottiglie di birra o bicchieri di alcol, entri magari in una discoteca, ti contorci come una scimmia, rimorchi, ti lasci rimorchiare.»
«E mbeh?», aggiustandosi il tovagliolo.
«Un percorso abituale, una meccanica programmata, una routine per riempire le poche ore da vivere prima della notte…, qui è stato diverso. Due giorni… sì, due giorni nostri, vissuti bene. Non so per te…»
«Anche per me… Puoi però alleggerire il disagio della città se ami ciò che fai.»
    
    Rifocillati, o meglio rimpinzati, e con orizzonti che il buon rosso rendeva gradevoli, spingendo, riuscirono a portarsi al parapetto da dove si godeva un’ampia vista su Zurigo.
    Ma la città, inghiottita da una immensa nuvola grigia che non lasciava vedere a traverso e si estendeva fino al monte, non c’era, e quei tratti di strada di accesso e di uscita visibili erano quasi privi di traffico.

    Aguzzando la vista, la nuvola si colorava ogni tanto di scuro presto assorbito e seguito da un lontano concerto. L’orecchio sembrava carpire un coro di voci simili a quelle che si levano dagli spalti degli stadi di calcio.

    Alla capanna, zaini a spalla, appena fuori, a uno sguardo in giro seguì un lungo abbraccio di congedo dai luoghi.
    Di buona lena raggiunsero la stazioncina.
    Era chiusa. La biglietteria automatica inagibile.
    Un foglio sull’ingresso avvertiva: “Per improvvise avarie il servizio è sospeso. Ci scusiamo di non poter dare indicazioni sul ripristino”.
«Ci aspetta una passeggiata imprevista.»
«Ce la fai?»
«Nessun problema fino al primo villaggio per un taxi.»

    Accese finalmente il telefonino, osservò, nessuna copertura.
«Eliane non c’è campo. Ricordi quelli che provavano?»
«Non dirmi. Avrei attivato più tardi ma mi incuriosisci.»

    Anche lei dovette arrendersi alla realtà.
    In tanti li precedevano sul cammino di ritorno.
    Avanzando, i lamenti delle sirene si facevano sempre più vivi, mischiandosi a ondate a quelli delle ambulanze e accompagnati da qualche botto sordo.

«Sarà scoppiata una rivoluzione o una guerra con uno dei cantoni limitrofi.», sghignazzando.
«Si direbbe. Oppure gli sportivi sfasciatutto.»
    Entrati nel perimetro coperto dalla nebbia, restarono di stucco: nebbia bassa non ce ne stava.
    Eliane d’istinto girò lo sguardo verso l’alto.
«Guarda Fredy!»
«Mai vista una cosa del genere. È come una cupola.»

«È ben peggio.», commentò un tizio seduto su una panca intento a tirare le stringhe degli scarponi.
«Eh?», fece Eliane sorpresa.
«Una cupola malefica.», proseguì l’altro. «Niente Internet, niente WLan, niente televisione o radio, niente semafori funzionanti. Mucchi di lamiere agli incroci e un sacco di feriti. Non parliamo poi degli ospedali e degli interventi chirurgici rimasti in sospeso. Qualcuno c’è rimasto. E tutti quegli ossessi della telefonia mobile? Chissà in quanti sono stati colti da infarto. La città è ritornata indietro di quasi cento anni. Funzionano soltanto i collegamenti su cavo se non sono intasati. Hanno dovuto mobilitare un corpo speciale dell’esercito.»
«Caspita!», fece Manfredi.

«Non si comunica nemmeno con le radio di campo. Polizia e protezione civile non sanno più da dove iniziare. Gli ordini sono trasmessi in bicicletta o a piedi.»
«A questo punto? Ci restano ancora le fumate dei pellerossa.», aggiunse Eliane incredula.

«In bici o a piedi è più facile evitare un blocco, un mucchio di rottami o un veicolo. Ovunque unità di crisi esse stesse in crisi, ché non sanno cosa fare. I supermercati con casse e scanner bloccati, all’apertura hanno dovuto chiudere. I negozi di quartiere a gestione manuale sono stati letteralmente presi d’assalto e svuotati.»
«Da quando è successo?»
«Inizio nella serata del venerdì con semafori e pannelli impazziti alle fermate dei trasporti pubblici. Ieri sera poi hanno instaurato un coprifuoco parziale.»

«Cooome?», chiesero i due in coro.
«Sì! Niente come. Alcuni quartieri sono sbarrati dalle venti alle sei del mattino. La Bahnhofstrasse e dintorni con negozi di lusso, banche e gioiellerie, di giorno sono presidiati e di notte sono zona rossa. Hanno ordine di tirare.»
«Manco fossimo in guerra!»
«Misure contro lo sciacallaggio.»

«Saremmo potuti rimanere dove eravamo.», commentò Manfredi. «Tu con la mania di spegnere i cellulari!», rivolto a Eliane in tono di rimprovero, che:
«Ah Manfrè! Io non ho visto antenne speciali tra le tue gambe.», lo fece arrossire. L’altro rise.

«Proviamo se ci sta un tassista.»
«Sei ritornato sulla luna?»
«La sua compagna ha ragione.», commentò il tizio. « Non ci sono matti talmente matti. A parte le ambulanze e i Piranha che pattugliano, i privati non rischiano.»
«E allora?», chiese Manfredi sconsolato.
«E allora mio caro ragazzo, zaino a spalla e affidiamoci alle gambe», concluse Eliane, «provando a non imbatterci in un eventuale coprifuoco.»

    È sempre così. Sebbene avvertiti, l’impatto diretto con la realtà fu traumatico: carrozzerie sfasciate, alcune carbonizzate, altre ancora fumanti, ambulanze che strillavano, qualche cane randagio.
    Rari passanti frettolosi che ogni due metri si giravano quasi avessero paura di essere seguiti, e all’improvviso ecco l’autoblindo dell’esercito che lanciava avvertimenti dall’altoparlante e con il soldato armato nella torretta.         

Un’immagine spettrale.

    I nostri avanzavano in trance, a più riprese costretti a raggirare un’area interdetta, circoscritta dai nastri  di plastica bianco e rossi e pattugliata. Sovente,  dietro la protezione in ferro battuto o dietro una saracinesca tirata giù, ma era domenica, la vetrina spaccata di un  negozio, altrove una finestra frantumata. Era impressionante. Non se l’erano potuto immaginare.
    Riguadagnarono in qualche modo casa dopo essere stati controllati più volte, evitando di poco il coprifuoco del quartiere.
    Prima di dividersi, felici di essere stati risparmiati dagli eventi, si diedero appuntamento per il prossimo incontro.

    Dentro sembrava tutto in ordine. Però, a parte la corrente elettrica e l’approvvigionamento idrico, televisione, Internet e domotica erano andate a farsi benedire.
    Manfredi, quasi rinfrancato, si ricordò del segnale di saluto convenuto prima dell’escursione.  Chissà.
 
    Azionò tre volte l’interruttore della corrente e rimase in attesa dietro l’ampia finestra che dava sul balcone.
    Pochi minuti e la risposta non si fece attendere. Eliane con un asciugamani a turbante e un accappatoio rosso, apparve dietro la vetrata dirimpetto. L’accappatoio lasciato cadere al suolo, carezzandosi i seni, le mani le scivolarono poi  lungo i fianchi.
    Manfredi, una gran voglia, si mosse.
    Sull’uscio, il botto di una fucilata lo paralizzò.
    C’era il coprifuoco.

C. S. M.
Marzo 2020



E Vanni, tredici - quattordici anni, correva come un ossesso per ricondurre al branco la giovenca. Una storta gli tolse lo slancio atterrandolo e lo fece imprecare:
«Minchia massaru Cristoforo.»
    La giovenca con la coda a pennacchio galoppava sfrenata alla ricerca di ombra o di un grosso cespuglio per sfuggire al pungiglione sadico di un sorta di tafano tze-tze del mese di maggio, che trasforma in pericolosi kamikaze questi quadrupedi placidi e sornioni.

    Si alzò ammaccato e zoppicante.  
    Massaro Cristoforo o Cristoforone, come tutti lo chiamavano in assenza, gli  fece cenno di avvicinarsi.
    Quando gli fu davanti scorse che le scarpe “avevano fame”, le punte aperte come bocche sdentate in attesa di cibo. Forse il ragazzo era inciampato per questo.

    Lo lasciò stendere al suolo, gli afferrò il piede, lo tastò e glielo storse su misura facendolo imprecare una seconda volta. Poi gli disse di alzarsi.
«Fa ancora male?»
«No!», fece Vanni contento e bilanciandosi.
«Ora girati.»

    Il ragazzo girò le terga e gli arrivò una pedata in culo, non troppo forte, che se fosse stata vera sarebbe volato.
«Ehi! Cosa ho fatto?»
«Tu minchia a massaru Cristoforo non lo devi dire mai. E domani infila le scarpe nuove. Queste buttale.»

    Era fatto così massaru Cristoforo. Una manata era una mazza da cinquanta chili che si abbatteva e se era adirato, la distanza di sicurezza, agile come una lepre, era un miglio. Ma allora gliel’avevano fatta veramente grossa. Eppure, cosciente di sé, mani addosso a qualcuno non ne aveva mai messe, ma strizza tanta e tanta.

    Donne nella sua vita non ce n’erano state. Le sole femmine che  potevano vantarsi di avergli leccato la barba erano le mucche,  quando odorava di foraggio.  Rischiava la rasatura dalla loro lingua ruvida come la raspa per ferraglia arrugginita.
    Lui con i bovini era un mago.
    A ognuna una carezza, una grattatina tra le corna, una pacca leggera, le accollava, le chiamava tutte per nome e loro, appena lo scorgevano nel prato, in tante, la testa alta, le orecchie tese, gli andavano a dare il benvenuto.

    Vanni c’era capitato per caso due anni prima.
    Quando aveva mosso i primi passi, sua madre era stata abbandonata dal fannullone tutto aria e niente sostanza con cui era andata in orizzontale e, povera in canna, faceva come tutte le madri, il possibile e  l’impossibile per allevare il figlio.
    Andava per le campagne accompagnata dal marmocchio, e si prestava a tutti i lavori, a mettere ordine nei pagliericci abbandonati, fare pulizie, cucinare un buon  piatto a quei cavernicoli che vivevano all’ombra delle frasche, e sfamare se stessa.

    Cristoforo non era un cavernicolo ma, per certi versi, peggio.
    Aveva adocchiato il monello sempre in movimento, occhio vigile che non si lasciava sfuggire nulla e aveva proposto alla donna di prenderlo con sé:
«Basta che non me lo maltrattate.», aveva detto lei con un filo di voce.
«Se non fa lo scavezzacollo non ha nulla da temere. Io non maltratto manco le bestie. E parola di Cristoforo, so come compensare te e lui.»

    Lui stesso rimasto orfano adolescente, sapeva bene quello che aveva vissuto. Meno male che aveva potuto contare su massaru Peppe: vecchio allevatore di stampo antico che ormai si limitava a dispensare qualche consiglio a chi glielo chiedeva e a osservare gli armenti  di cui si occupavano i figli, a parte uno avvocato.

    E il giovane Cristoforo oltre ad ascoltare attento quello che massaru Peppe gli diceva, aveva un dono innato quando si trattava di scoprire le qualità di un bovino, un equino o qualsiasi altro animale con quattro zampe, senza escludere i pennuti.
    Le mucche di Cristoforo erano uniche e i vitelli tutti perfetti. I contadini non parlavano se non di Cristoforo e dei suoi allevamenti che ammiravano e, senza cattiveria, invidiavano.

    C’era un ma.
    Costretto a disfarsi dei maschi o di qualche femmina non c’era verso di farglieli vendere. Odiava i soldi (la carta straccia, come li chiamava) e trafficava solo in natura. Un vitellone: fieno, vino, olio, carne secca,  diritti di pascolo per  gli altri animali.  
    Per una mucca,  che fra l’altro separarsene era una tragedia: granoturco, fave, farinacei, erba medica e un pascolo per almeno tre anni per il resto del bestiame. L’operazione era un groviglio inestricabile e la sopportavano perché si trattava di animali esclusivi.

    Di questo passo, l’allevamento s’ingrossava e occupava i terreni fino a quando non ce ne furono più disponibili nel raggio di qualche chilometro.
    Il branco bovino contava quasi cento capi a cui si aggiungeva un grosso gregge di pecore e capre.

    Ci volle tutta la diplomazia di massaru Peppe e del figlio avvocato per fargli smettere di scuoiare le carcasse delle mucche morte di vecchiaia che poi bruciava. Rischiava grosso ed era impensabile da quando aveva dovuto mettere gli orecchini a tutte.
    L’ampio solaio dove erano appese in bell’ordine le cuoia del passato con gravato a fuoco il nome delle scomparse, era saturo.
    Il compromesso o stratagemma lo trovò l’avvocato. Loro studiano anni proprio per questo.

«Massaro Cristoforo!»

«Avvocato, mi siete stato raccomandato da vostro padre e potete chiamarmi Cristoforo. Potete anche darmi del tu.»

«No, Cristoforo! Quando vi separate da un capo di bestiame, scrivetemi su un foglio il valore in natura convenuto e il nome dell’animale.  Per il resto me ne occupo io.  Voi tenete in una cassetta i fogli datati che firmerò  facendo copia per me. Quando avrete bisogno chiedete e io vi  procurerò quello che vi serve prendendo nota: metà Principessa (nome per esempio della mucca venduta) per questo o talaltro acquisto, tassa da pagare, vino per la botte, olio, affitto di pascoli eccetera.»

    L’avvocato che, oltre a essere un galantuomo, non immaginava manco lontanamente prendersi di becco con Cristoforo, a fine anno o durante, si faceva pagare con tot formaggio, agnelloni, frutta di stagione, legumi dall’orto, quantità che Cristoforo non discuteva e non lesinava elargizioni in tal senso.
    Se qualcuno poi aveva proprio voglia  di scontrarsi con un Cristoforo convinto di essere nel giusto, si candidava al suicidio.
    Era veramente un san Cristoforo.
    Vederlo zappare o eseguire altri lavori manuali faceva paura. Estate e inverno, o freddo tagliente o calura asfissiante non si fermava mai.

    Giovanottone, nel branco bovino aveva un riproduttore allevato per la perfetta morfologia. Le sue erano sempre scelte azzeccate. Il branco nel prato, attraversandolo, il toro, soggetto sui sei, sette quintali si sente infastidito e lo carica.
    Riesce a evitarlo e agile come una saetta, grazie alle mucche, gli si porta dietro e gli acchiappa i coglioni. Il toro si dibatte, scalcia,  rotea a destra e a sinistra per beccare quel malcreato. Cristoforo non molla, si lascia trascinare e stringe sempre di più.
    
    Quando la bestia si vede nell’impossibilità di liberarsene, fa sua l’ultima soluzione comune a tutti gli esseri in pericolo: fuggire.
     Si dà al galoppo  goffo con la coda in aria ma Cristoforo non molla e si lascia trainare. Superato un buon centinaio di metri  ecco il muro del prato. L’animale pensa scavalcarlo.

    Lo slancio glielo avrebbe permesso se non avesse avuto un quintale e mezzo appeso  tra le gambe e così rimane in bilico con gli arti anteriori sul muro e i posteriori sospesi, le palle in mano a Cristoforo che stringe e tira e si prende addosso una bella smerdata dal bestione che si dà vinto. Poi tirandolo per le gonadi lo trascina giù lasciando rovinare anche il muro a secco.

    Il toro si accascia al suolo, ansante estrae la lingua con il classico muggito di resa, lui, torcendogli la coda, con il pennacchio si leva la merda del viso e il sovrappiù che impregna la barba, gli assesta una gran pedata sulle palle e lo lascia.
    Il bovino dopo parecchi secondi si alza frastornato, scuote le orecchie e trotterellando di sghimbescio,  attento a non essere seguito, va a raggiungere le mucche che guardavano curiose. Da quel momento appena scorgeva Cristoforo, cercava protezione in mezzo alle femmine.
    La scena, osservata da alcuni contadini, fece il giro delle contrade.

    Un’altra cosa che lo faceva uscire dai gangheri era sentirsi sviolinato.
    Che lo chiamassero Cristoforo o massaru Cristoforo ma sentirsi chiamare don Cristoforo, lui semplice contadino, lo mandava in bestia.
    Avvenne che a quattro tra acquirenti e mediatori,  ritenuti farfalloni dai contadini che avevano incontrato, gli fu raccomandato che nel corso della trattativa per ammorbidirlo gli avrebbero dovuto dare del don.  Ma che si guardassero bene di dirglielo all’inizio, perché si sarebbe sentito preso per il culo.
    Detto fatto, i commercianti andati,  i contadini  che se la ridevano si tennero in  osservazione.

    Seduti in cucina attorno a due mezzi tronchi levigati di quercia gigante, tenuti insieme da dardi che ne facevano un bel tavolo, Cristoforo, che non era tirchio, aveva offerto a ciascuno un bicchiere di rosso della botte di casa.
     Sulle condizioni non cedeva. Lui soldi non ne voleva, bisognava pagarlo in natura.

    Andarono fuori tra le bestie che facevano oggetto del negoziato. Spazientito, quello che sembrava condurre l’affare ricordandosi del consiglio ricevuto gli si rivolse:
«Sentite don Cristoforo…»
    Non l’avesse mai detto che si trovò di fronte un bisonte imbestialito e pronto a caricare:
«Cos’avete detto? Via o vi schiaccio come lumache. Il don lo date al vostro parroco o al sindaco ma non a me. Sparite!»
    E mentre quelli si allontanavano alla svelta, lui dietro con i suoi “Via!” li incalzava e obbligava a levare le chiappe sempre più veloci.

«Vanni!»
«Comandate!»
«Domani è fine mese. Appena facciamo verso e mangi, metti nella gabbia due polli, in una coffa una forma di formaggio e impaglia un paniere con uova fresche. Carica tutto sulla bicicletta e portalo a tua mamma. La povera donna non la pensa nessuno. Poi  passa dal salone di barba e capelli ché fra poco non vedi a traverso. Là non devi pagare un centesimo. Devi solo dire: Sono roba di massaru Cristoforo.»
    E Vanni andò, facendo bene attenzione a spingere la bicicletta senza cavalcarla per timore di perdere l’equilibrio e creare un disastro. Cristoforone non avrebbe apprezzato.
    Al salone glielo mandava perché tempo addietro, con le cesoie per tosare le pecore, per poco non gli recideva un orecchio.

    All’ingresso del paese ai due vigili in uniforme intenti a sbavare con qualche donnetta, quasi quasi era sfuggito quando misero mano o bocca, al fischietto.
«Ehi tu! Dove vai?»
«Dite a me?»
«Sì. Dove vai con tutta quella roba?»
«La porto a mia madre.»
«Devi pagare il dazio. Non è che tua madre è esente dal dazio.», e si avvicinarono con matita e calepino. «Paga e passa.»
«Soldi non ne ho! È massaru Cristoforo che mi manda.»
«E chi è questo massaru Cristoforo, un imperatore? O paghi o ti sequestriamo la roba.»

    Quando il ragazzo sentì sequestriamo, a costo di rompere tutto, saltò sulla bici, fece dietro front e se la squagliò.
«Furfante!»,  gli gridarono dietro.
    Arrivò in campagna con le lacrime agli occhi e il cuore grosso. Poggiò la bicicletta contro il muro e sedette su uno scalino con la testa piegata sul petto. Aveva voglia di vedere sua madre e stare un po’ con lei, ma quei due... e ora anche Cristoforone…

    Lo scorse così lui che rientrando per prepararsi un boccone, non credeva ai propri occhi.
«Che ca…o è successo Vanni. Che ci fai qui?»
«Le guardie…, chiedevano il dazio o mi avrebbero sequestrato la roba. E io sono scappato.»
«Uhm!», lisciandosi la barba e riflettendo. «Hai fatto bene!», vociò alzando minaccioso una zampa all’altezza del ragazzo che si sentì perduto mentre l’arto si poggiava pesante ma gentile sulla sua testa.

«Devi avere fame. Libera i polli e dissetali. Domani ti accompagno … Perdita di tempo!», grattandosi la capa. «Dobbiamo alzarci un po’ più presto.»
«Massaru Cristoforo quelli volevano arrestarmi. Quando dissi che era roba vostra risero dicendo e chi è questo massaru Cristoforo, un imperatore?»
«Eh? Arrestare un ragazzo? Dai, vieni a prendere un boccone.»
    
    Il giorno seguente, Vanni bicicletta e lo stesso carico e Cristoforo sull’asina bigia. Un bell’animale vivace e forte che non poteva evitare che  i piedi del cavaliere dondolassero sfiorando quasi il suolo.
«Aspetta che all’ingresso ti sia quasi alle spalle. Voglio proprio vedere che succede.»

«Toh guarda il furfante di ieri che ci riprova. Ma stavolta non ci sfugge.», sbarrandogli il passo. «Allora hai appreso la lezione? Hai i soldi per pagare dazio e ora anche multa?»
«Io soldi non ne ho.», ripeté Vanni che non sapeva che pesci pigliare.
«Ah no! Però ci riprovi, piccolo delinquente. Quand’è così ti sequestriamo tutto e ti portiamo con noi.», adoperandosi.

«Le mani in tasca!», tuonò un boato a una buona decina di metri.
«Ah ! E chi lo dice?»
    Non rispose subito. Li lasciò perplessi e quando gli fu vicino, sceso dall’asina, braccia conserte, si annunciò:
«L’imperatore!»

    A vedersi davanti quel bestione impallidirono ma protetti dall’uniforme si fecero coraggio:
«Noi eseguiamo gli ordini e vi sequestriamo la roba.»
«Voi non sequestrate nulla e io regalo la mia roba a chi mi pare e piace.»

«Ah e chi parla?», fa il più petulante dei due. «Don Ciccio Coppola Storta?»  
    A Cristoforo gli si velarono gli occhi.
    Con la sinistra afferrò al petto quel pappagallino, il compagno accorso in aiuto lo agguantò con la destra e li sollevò insieme all’altezza dei suoi occhi:
«Avete ancora qualche titolo? Dazio sui regali? Arrestare un ragazzo? Ma per chi vi prendete!», e li depose tremanti, piantonandoli con le mani ai fianchi.

    
   Si era formato un crocicchio. Qualche automobile rallentava, l’asina di traverso restringeva la carreggiata.
«Vanni passa da tua  madre. Al salone ci andrai la prossima volta. Io ti aspetto qui.», e rivolto ai curiosi con un vocione che li fece rintanare, «Che c’è? Non siamo a teatro, fannulloni e buoni a nulla. Via!… Voi», ai vigili che smaniavano di sparire , «statevi buoni.»

    Un’auto con quattro passeggeri, infastidita dall’asina, attivò il clacson e a Cristoforo che girò gli occhi, uno dal finestrino abbassato lanciò uno sfottò:
«Ehi tu perché non te ne torni nelle caverne con il tuo asino.»
    Cristoforo si avvicinò, sputò per terra:
«Non voglio insozzare la saliva.», e quando i quattro giovinastri se la risero facendo prova di alzarsi per venire fuori, lui diede uno scossone alla carrozzeria e la sollevò sbilenca su due ruote per poterli guardare in faccia senza abbassarsi. «Volete arrivare o siete arrivati?», i sorrisi spariti e le facce sbiancate, con un tonfo lasciò ricadere il veicolo che non tardò a sparire.

    Ai vigili che oltre allo spavento,  sbigottiti, erano ora due statue di sale:
«Giù le brache!», quelli non arrivavano a capire. «Sì, giù le brache!»
    Eseguirono imbambolati. Cristoforo quando ebbe i pantaloni tra le mani, sfilò i cinturoni, glieli appese al collo, spaccò i pantaloni e li aggiunse a mo’ di sciarpa ai cinturoni.
«Potete andare. Non dimenticate “don Ciccio Coppola Storta e l’imperatore”.»
    
    Prevedendo conseguenze raccomandò a Vanni di rientrare e si recò dall’avvocato che quando apprese l’accaduto se la stava per fare addosso:
«Che diavolo vi salta in mente Cristoforo. In mutande, ma no…», e giù a ridere.
«Beh avvocato, non li ho lasciati nudi e non ho manomesso le giacche.»
«Vedremo. Ho l’impressione che ci andrà di mezzo  una delle mucche. Peccato.»
«Anche due se necessario ma che serva loro da lezione.»
    
    Due giorni dopo il maresciallo dei CC bussa all’uscio dell’avvocato.
«Si accomodi. Mi dica.»
«C’è una denuncia per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni. Dalla descrizione dell’incriminato potrebbe essere uno di vostra conoscenza.»
«Oltraggio? Mi faccia capire?», facendo lo gnorri.
«Sembra che abbia costretto i vigili a restare in mutande.»
«Ma cosa mi racconta…», e giù uno sbotto di sghignazzi.
«Avvocato mi sembra capire che eravate al corrente…»
«Beh sì maresciallo ma volevo sentire la vostra versione. Ora vi espongo i fatti.»

    Dopo avere sviscerato il problema:

«Noi d’ufficio siamo costretti a procedere.»

«Fate pure. Mi permetto di darvi un consiglio: che uno dei vostri sia l’appuntato, quello coi capelli grigi. E che il brigadiere non sia assetato di protagonismo. E attenti a quello che diranno. Massaro Cristoforo ha agito di diritto  e non ha maltrattato nessuno, me ne assumo la piena responsabilità e ne sono garante. Mettetelo pure a verbale.»
«Mai avuto problemi con quel mostro?»
«Quel mostro è l’essere più onesto e buono che io conosca sulla faccia della terra.»

    Cogliendo l’occasione per fare sgranchire i garretti ai cavalli, un graduato e l’appuntato andarono a trovare Cristoforo in campagna.

«Massaro Cristoforo!»
«Chi vi manda quelli di don Ciccio Coppola Storta?»

«Siamo in perlustrazione e ne approfittiamo per scambiare con voi quattro chiacchiere. Vi prendiamo un poco del vostro tempo.»
«Fate bere i cavalli che loro hanno lavorato e legateli alla greppia con il fieno.»

«Dov’è il vostro garzone?»
«Garzone? Io non ne ho.»
«Dai massaru Cristoforo, lo avete. Era quello a cui volevano fare pagare il dazio.»
«Ah… Vanni? Quello non è un garzone. Mi è stato affidato ed è di famiglia. Consideratelo pure come fosse padrone, anche se ancora ragazzo.»

    I due si guardarono in faccia e l’appuntato:
«Vorreste dire che …»
«Sì appuntato. Voi che avete già qualche capello grigio potete capire. Non ho moglie né figli, il ragazzo non ha mai potuto contare su un padre. Sua madre vive di stenti, a chi volete che lasci animali e masseria? Vanni l’ho preso con me per questo.»
    Il brigadiere ascoltava incredulo:
«Posso parlare con Vanni?»

«Potete. Ricordatevi però che io rispondo di lui come e più di un padre.»,  con le mani attorno alla bocca partì un boato, «Vanniiii. Avvicinaaaa!», e rivolto al brigadiere,
«Gli potete andare incontro, viene da quel lato. Ma andateci piano!», poi all’altro, «Appuntato non siete a passeggio. Parlate chiaro.»

«Vi hanno querelato e piuttosto che farvi venire in caserma, con il bel tempo,  siamo venuti noi.»
«Non mi convincete. Non bastava l’avvocato?»

«Proprio lui ce lo ha raccomandato. E noi eravamo curiosi di parlare con  il ragazzo.»

«Fate bene a indagare ma senza rompere uova nel paniere. Ve ne pentireste. Vanni non è un ingenuo ma è un adolescente.»

    Ritornato in compagnia del ragazzo il graduato disse:
«Appuntato per me possiamo andare.»

«Voi non  andate in nessun posto.», fece l’Urano posando a ognuno una mano sulla spalla. «Da massaru Cristoforo nessuno se ne va quando vuole.»
     Il brigadiere fece prova di sganciarsi ma si trovò inchiodato al suolo.
«Calmo giovanotto. I cavalli hanno avuto biada e acqua. Voi siete all’asciutto e non lo faccio per ingraziarmi. Io me ne fotto di voi e delle querele. Entrate a prendere un  boccone.»

«Massaro Cristoforo noi…», fece il brigadiere.

«Voi siete un ragazzo intelligente ma di cavalli non ne capite un cazzo.», cambiando argomento.

«Come sarebbe a dire?», fece quello toccato nel vivo.

«Lavategli l’occhio destro con la camomilla e tenetelo al buio per due giorni. Dovete anche dire al maniscalco che lo zoccolo destro posteriore è ferrato male. E non ponete domande sceme se non volete farmi incazzare. Ora entrate!»


    Sulla via di ritorno, caracollando:

«Appuntato che ne pensate?»
«Vorrei sentire che ne pensate voi, io lo conoscevo.»
«Se tipi del genere ce ne fossero diversi, nei dintorni non ci sarebbero problemi.»
«E se ce ne fossero tanti dovremmo trovarci un’altra occupazione.»

«Lasciare i vigili in mutande…»
«E senza toccarli con un dito.»
«Beh! Li ha agguantati e sollevati in aria. Certo che non auguro a nessuno di capitare nelle sue mani. Mi aveva inchiodato al suolo.»
«E per gli animali, fidatevi. È un dio.»

    Il legale dei vigili deciso a dare battaglia, avvocato, maresciallo e giudice, giravano attorno alla faccenda.
«Giudice! Se quello si ostina con la querela, io espongo denuncia per abuso di potere, eccesso di zelo, minacce e intimidazioni ingiustificate a un adolescente e vediamo chi la spunta.»

«Avvocato, lasciare i vigili in mutande non può passare inosservato. C’è lo smacco all’autorità.»

«Vada per un risarcimento delle brache. In compenso richiedo l’annullamento di tutte le procedure e un richiamo disciplinare ai vigili.»

«Trovate un accordo con l’accusato e il legale della parte che si dice lesa e mettetemi al corrente.»



«Maresciallo, voi e l’appuntato dovete essere presenti. Ho organizzato un incontro presso il legale dei vigili, con massaro Cristoforo.»

«Avvocato, dovremo portarci dietro l’intera compagnia?»

«Ma no! È un Polifemo buono e con due occhi. Sta a noi saperci fare.»

    
Alla data:

«Cristoforo. Vi prometto che aggiusteremo tutto. Voi risarcite le brache e loro ritirano la querela.»
«Avvocato avete la mia piena fiducia.»
    
    Entrarono nello studio.
    Maresciallo e appuntato erano già presenti. L’altro legale piuttosto altezzoso si dava delle arie. Alla vista di Cristoforo stava per aprir bocca ma frenò. Lui si tenne in piedi accanto al suo di avvocato e sedette solo quando l’altro glielo indicò formalmente, per evitare di alzare di molto la testa per guardarlo in faccia.

    Passarono agli atti. Fu letta la denuncia. Poi intervenne il legale di Cristoforo a dire la sua, proponendo un  risarcimento per i pantaloni contro lo stralcio della querela e un avvertimento ai vigili.
    Fu a quel punto che le cose si guastarono.
    L’altro non solo rifiutò l’offerta ma osò inveire contro “quell’energumeno che si prendeva gioco delle autorità credendo di essere un don Pingo Pallino, superiore ai semplici mortali”.

    A quelle parole Cristoforone esplose.
    Calò la destra sulla scrivania che emise un gemito pietoso, prolungato e univoco. Poi con il suo vocione:
«Don Pingo Pallino sei tu e chi ti fece avvocato fasullo. Io sono  massaru Cristoforo!», e giù una seconda mazzata.             
   Questa volta il  botto incrinò e spaccò il mobile che rimase a gambe larghe.
  
    Maresciallo e appuntato si misero le mani ai capelli:
«Ora anche la scrivania, non solo le brache.»

    Il filippico perse ogni alterigia, si fece minuscolo e rintanato nella sua poltroncina bagnò i pantaloni.
«Ci vediamo in tribunale, ma attento a quello che dici. Se ti ripeti distruggo te e il tribunale. Andiamo avvocato.», rivolto al suo legale.
    Non si andò dal giudice. Il legale di Cristoforo ritornò dal collega rimesso dalla pausa pipì e diarrea e gli diede una lezione di diritto e di comportamento, risarcendo solo le brache.
    
    A sera, come sempre, dopo mangiato.
«Forza Vanni, braccio di ferro.»

«È inutile. Vincete sempre voi.»

«Allenati e vedrai. Hai fatto progressi. Devo già impegnare due e non un solo dito.»
«Nella mia mano più di due non ce ne stanno.»


    Gli anni passavano.

«Sei quasi un uomo fatto. Ti piace questo lavoro?»
«Sì massaru Cristoforo.»
«Non vorresti vivere in paese?», fissandolo.

«Sapete quante volte ci ho pensato. Veramente ogni tanto mi sento solo. Non ho compagni, non ho divertimenti, a parte quando sono via per ventiquattrore. Poi magari mentre sto a fare baldoria penso a voi che siete qui da una vita e mi viene il magone.»


«No, Vanni. Non è questo che voglio sentire.»

«Ma vi giuro che è vero.»

«Vuoi bene agli animali, e alla campagna? Non ti senti schiavo?»

«Ora siete voi a rimbambire.»
«Come ti permetti!», allungando la mano per un ceffone che Vanni evita.
«Sono schiavo di me stesso e dei vostri armenti.»


«E già! Dei nostri armenti, dei nostri… Vanni… e fra non molto… dei tuoi armenti.»
    
Silenzio saturo di domande. Poi:

«Co… cosa avete detto?»

«Ho detto!… Sei padrone della metà di tutto, anche se non ne puoi ancora disporre. E tua madre ha diritto a un  sostegno. L’altra metà quando non ci sarò più. Sono stato da avvocato e notaio…»

  

    Il giovane ammutolì. Rimase a riflettere  con le braccia sul tavolo poi si prese la testa fra le mani e pianse.

«Questa, così in segreto, non dovevate farmela!», soffiandosi il naso gli venne a lato e se lo abbracciò. «Mi viene voglia di chiamarvi don Cristoforo.»
«Provaci», alzando minaccioso una zampa, «e di te non troveranno manco le briciole.»


    Si passò la mano sulla fronte, si lisciò la barbaccia e:

«Sono anni che hai faticato senza mai chiedere nulla. E ora “braccio di ferro”!»

«No! Stasera no massaru Cristoforo. Non ce la faccio. Mi tremano le gambe!»

«Non ti trema altro? Concesso! Ma non una seconda volta. Non solo i muscoli, anche il resto deve essere forte. Vedi Vanni, si dice che Cristoforo traghettasse attraverso la corrente di un fiume chi non ce l’avrebbe fatta. Io ho provato a traghettare solo te e spero di esserci riuscito.»

    
   Vanni quella notte non chiuse occhio. Si ripeteva le parole di Cristoforone, non poteva crederci e dubitava che avesse sentito bene.
   Lui senza padre, povero in canna e ora… no! Non era possibile.
    Quando massaro Cristoforo all’alba venne fuori, lo trovò seduto su un muro a fissare l’orizzonte.

«Sarebbe stato meglio se avessi dormito come si deve. E muoviamoci perché fra poco sarà caldo.»

    Era fatto così massaro Cristoforo, non faceva sconti.

    Quando Vanni si diede da fare con Adelina, Cristoforo che prevedeva come sarebbe andata a finire, un giorno si chiuse dentro, aprì la cassetta dove stava impilata in bell’ordine la montagna dei fogli coi nomi delle mucche e il loro valore naturale disponibile.
    
Due settimane ancora e muratori, impalcature, impastatrici, materiali e tutte le diavolerie di un cantiere, invasero parte del baglio, con grande dissenso delle mucche che da un lato guardavano curiose, da un altro lato disapprovavano scuotendo corna e orecchie.  

    Furono costrette ad adattarsi e a osservare dopo qualche mese che un bel viso femminile si affacciasse da un nuovo davanzale e più tardi anche un pupazzetto che presto avrebbero visto tra i loro zoccoli.
    Li sopportavano grazie a Cristoforo e un po’ anche a Vanni che cominciavano a prendere in considerazione.

    Un buon mattino i richiami delle mucche ancora nel cortile, allarmano Adelina:
«Vanni, Vanni! Vieni… massaru Cristoforo…»
    
    Vanni alle grida si precipita trafelato.
    Cristoforo giace supino sulla pietra liscia del baglio, le mucche lo hanno assediato, fiutano, alzano la testa e si danno ai muggiti.

    Vanni si fa largo, gli solleva i dieci chili di capoccia incorniciata di bianco, anche il barbone si è imbiancato. Gli dà qualche schiaffo per rianimarlo, lo chiama, gli versa dell’acqua sul viso:

«Massaru Cristoforo! Massaru Cristoforo!»
    
    Lui apre gli occhi e lo guarda stranito:
«Che diavolo ti viene in mente d’interrompere la mia quiete.»

«Sono state loro», indicando le mucche, «io sono arrivato dopo.»

«Ah queste femmine, vanno subito in panico. Stavo così bene.»

«Ce la fate? Mettetemi il braccio attorno al collo che vi tiro su.»

«Vedi Vanni, il braccio di ferro era necessario.»

    

    Quando gli disse di recarsi dal medico, lo guardò  come se lo vedesse per la prima volta.
«Di che animale parli? Un nuovo incrocio?»
    Non ci fu verso.
  

    Vanni e Adelina lo tenevano d’occhio.
    Volevano che si trasferisse in uno dei loro vani. Niente da fare. Passava però più tempo a occuparsi del piccolo e aveva chiesto ai giovani di procurarsi un libro sui centauri per leggergli qualche brano la sera. Spesso ascoltando si appisolava con il piccolo in grembo, nella comoda poltrona di cuoio che gli avevano fatto fare su misura. 

«A scuola la maestra diceva: tu sei un centauro. Correvo, mai stanco galoppavo come un puledro. La notte, perduto a osservare le stelle, me ne prendeva una gran voglia e approfittando che i miei dormivano, fuori per i campi mi lanciavo in una corsa sfrenata prima di ritornare a letto… Incuriosito, lessi sui centauri e mi chiesi se non avessi  veramente qualcosa di loro. Anzi lo scoprii. L’ho serbato in silenzio, cosciente una volta cresciuto di non potere avere donna per me e, quando non sarò più tra di voi, chissà, guardate pure se un centauro galoppa nella volta stellata.»


    Lo avevano ascoltato attentamente in silenzio e tristi. Il piccolo tra le sue braccia dormiva beato. Lui continuò:
«Il momento arrivato, ormai vicino, non vestitetimi di lusso, non inghirlandatemi. Avvolgetemi in un lenzuolo e copritemi con uno delle cuoia del solaio prima di incenerirmi.»
     
    Tacque.
    Il palmo della sua mano accarezzò i riccioli del piccolo che si accoccolò contro il suo immenso pettorale.
    Destava l’impressione di un nido attaccato a una roccia.
    Respirò profondamente:

«Adelina!»

«Cosa massaro Cristoforo?»

«Fattelo raccontare: Para, paraaa Vanni! … Le scarpe avevano fame…»
  
    E la sua voce si spense per sempre, in un soffio leggero che scosse a lungo le tendine  prima di dileguarsi.


    Erano in sei a trasportarlo a fatica.
    Lui sul petto una lunga treccia di spighe e fieno nella quale erano infilati due splendidi cardi fioriti, smaglianti di luce solare e una rosa vellutata in mezzo.              
    
    Sui cardi si attardavano le api.

    

   Attraversavano il cortile tra due fila di bovini a testa alta e orecchie tese. Le due capobranco sbarravano l’uscita.
    
   Vanni si avvicinò, le accollò ed esortò ad avvicinarsi alla salma.
    
   La fiutarono, mormorarono il loro muuuhhmm grattante e si misero da parte scuotendo corna e orecchie, collo alto e  testa imperiosa.

   Quando il cancello si chiuse dietro il corpo di massaro Cristoforo, i musi contro le sbarre di ferro e del baglio si aprirono, le gole muggirono possenti.

S. C. M.
febbraio/marzo 2020

 Grigia è la nebbia o "La fragilità dell'essere"Corrado S. Magro Corrado S. Magro

Corrado S. Magro


Dal villino il panorama spaziava fino alle ultime creste delle colline che si affacciavano sul mare. Al di là, le acque del profondo Ionio, accarezzate dai raggi solari sciabordavano contro le sabbie dorate degli arenili. A destra il cielo limpido lasciava scorgere la fetta di terra dell’Isola delle Correnti immersa nel blu, all’estremo sud della Sicilia.

    Lui, lo sguardo sull’orizzonte, sorvolava mentalmente la costa incorniciata dai lidi che si susseguono, navigava immerso nello spazio del giardino terrazzato: un angolo di Eden sulla collina brulla, arricchito di siepi e inondato dagli effluvi di resine, di gelsomini e zagare, da chi gli aveva dedicato una vita fino a quando, avanti negli anni, aveva deciso a malincuore di separarsene.

    Addii che si ripetono nel quotidiano, pietre miliari del divenire dell’essere, addii accompagnati nella notte buia dai versi del gufo che la scruta e timidamente salutati dallo scorcio del raggio luminoso del faro di Capo Passero.

    Varcato il cancello scese dalla vettura.
Rimase un attimo a osservare, poi indirizzò lo sguardo su di lei che restava mansueta, le cinture allacciate, quasi volesse continuare verso un’altra meta.

    Era andato al suo incontro all’aeroporto e  lei durante il tragitto gli aveva chiesto dove avrebbero trascorso le prossime settimane. Inutile precisare luoghi e dintorni. Non ricordava, ormai le erano estranei.
«Siamo arrivati. Puoi scendere.», lo guardò incredula, smarrita. «Ti piace?»
Non rispose. Poi dopo una lunga pausa:
«È qui che mi porti?», come a dire “ma cosa ti è saltato in mente?”.
«Staremo bene. Vedrai. Ecco Maria e Paolo.»

    I vecchi proprietari li attendevano contenti di vederli arrivare. Anche se vivevano lontani, da una vita li univa un’amicizia mai soggetta a screzi.

    Sorrise più per forma che per senso di piacere. Senza considerarli estranei, faticò a porli nella giusta luce.
    Chi, cosa era per lui quella bella signora che lo abbracciava, e chi l’altro? Perché si conoscevano?
    Lui l’aiutò discretamente, introducendo nei convenevoli nomi di parenti comuni forse non dimenticati.

    Arrivato da alcuni giorni aveva disfatto le valigie e preparato la stanza che li avrebbe ospitati. Forse avrebbe dovuto aspettare, renderla partecipe. Se lo chiedeva ogni volta quando metteva mano a qualcosa che riguardava anche lei.
    La domanda sorgeva dai lunghi anni vissuti insieme senza passione sì, ma nel pieno rispetto, il rispetto verso il prossimo, cementato dalla fragilità e incertezza del presente e del futuro che si profilava.

    Aveva rinunciato a dividere il letto con lei. La notte aveva il respiro pesante e lei ipersensibile ai rumori, era emigrata sul sofà del soggiorno. Quando se ne rese conto prese il suo posto. Nonostante fosse scomodo, tanto da attendere con impazienza l’ondata di luce dell’alba, trascorse là le cinque, sei ore di sonno che si concedeva. Ogni tanto nella penombra della notte la scorgeva in giro. Vagava in cerca di qualcosa, toccava un mobile, sfiorava un angolo:
«Cosa cerchi? Che ti serve?»
    Non rispondeva o diceva: “nulla”, e poco dopo se ne ritornava a letto.

    Paolo e Maria erano rimasti il tempo necessario per introdurlo, spiegargli gli allacciamenti per irrigare, mostrargli dove stavano attrezzi e suppellettili lasciati in dotazione sul posto. Durante la loro breve presenza era Maria che puliva, faceva ordine, cucinava.
    Partiti, il compito fu suo. Si rese conto che non avrebbe avuto nessun contributo.

    Lei non era entusiasta di andare alla spiaggia libera ma accettava senza grosse rimostranze. Importante era il mare e la sabbia, presenti nei decenni che li avevano visti trascorrere le vacanze negli stessi luoghi. Eppure una volta a chi le chiedeva se si recasse al lido Desiré aveva risposto:
«Ricordi e tempi ormai lontani.», quasi a dire “devo adattarmi a chi decide per me”.
    Ne fu scosso, si sentì in colpa ma il posto sotto l’ombrellone con lettini e sdraio già pronti era semplicemente un miraggio.

    Al mare lei sarebbe rimasta giorno e notte. In costume da bagno, longilinea, un insieme di articolazioni quasi scheletriche; non era mai stata scarna in passato. Fumava tanto e nonostante ciò, raro un mal di testa o un raffreddore, solo una tosse rauca. Spesso aggressiva nei confronti di lui, forse un’autodifesa, un sussulto del subcosciente.

«Sono le undici e un quarto. Fra una buona mezz’ora ci avviamo così potrò preparare per mezzogiorno.»
«Posso andare ancora una volta in acqua?»
«Non restarci molto.»

    Spense il mozzicone nella sabbia e si avviò. Seduto sotto l’ombrellone che si era portato dietro, lui la seguiva dello sguardo nello specchio di mare antistante. Nell’attesa forse chiuse le palpebre o si distrasse. Quando tornò a osservare era sparita. Non si preoccupò. Non era ancora il momento di andare. Mezz’ora dopo non spuntava.

    Si mise alla ricerca lungo quasi un chilometro di battigia affollatissima. Era trascorsa un’ora e ancora nulla. Preoccupato si recò dagli addetti al salvataggio. I ragazzi spinsero in mare il catamarano perlustrando le acque antistanti. Ritornarono senz’alcun risultato. Con la sabbia scottante sotto i piedi, il timore del peggio faceva capolino. Prima ancora di prendere ulteriori decisioni, assieme a chi si prestò a dargli una mano, continuò a cercare. Nulla.

    Quasi due ore dopo, trafelato, lo raggiunse uno dei bagnini:
«L’abbiamo trovata!»
«Dove?», fece con un sospiro di sollievo.
«Più avanti. Nell’altra direzione… ma lei si sente male? È pallido come la morte. Vuole un sorso d’acqua?»
«Grazie, va.»

    Quando la raggiunse, lieto di vederla, le chiese con un tono di voce pacata per mascherare il proprio stato d’animo:
«Dove sei stata?»
«Non lo so, perché?»
«Dai andiamo.», e raccolse le suppellettili avviandosi.
    A che sarebbe servito farla partecipe di qualcosa che per lei non era mai stato? Forse era andata al Desiré.

    Il mattino quando il sole iniziava ad accarezzare a Est le creste delle colline lui andava nell’orto. Dissodava, vangava, irrigava e raccoglieva legumi e verdure buoni da cucinare. Smetteva quando non era più in grado di arginare il sudore.
«Vieni a vedere quante cose ci stanno. C’è anche della frutta.»
«No. Che programma abbiamo oggi?»

    Domanda assillante, ossessiva, ripetuta un numero imprecisato di volte, accompagnava lo scorrere di ogni nuovo giorno.
«Nessun programma. Viviamo la giornata.»
    Non l’accettava.

    Pochi minuti e la richiesta del “programma” si rifaceva viva  provocando una reazione, una risposta forse fuori misura che poi lo metteva a disagio.
    Cucinava, puliva, lavava, si occupava di tutto, teneva i rapporti con parenti e conoscenti, preparava l’arrivo di chi presto li avrebbe raggiunti. Il proposito di darsi alla lettura dei libri portati con sé, l’aveva dovuto accantonare. Cosa avrebbe dovuto ancora programmare? Ma poteva fargliene una colpa se lui ancora non aveva acquisito la piena la consapevolezza dello stato mentale di lei e non riusciva ad adattarsi, ad accettarlo?
    Un tirocinio estenuante.

«Vita di merda! Voglio tornarmene a casa o andare a Farfaglia»
    Farfaglia era là dove i parenti di lui avevano la masseria.
«Cambio il biglietto aereo e te ne vai a casa.»
    Non rispondeva. Si rendeva ancora conto che sarebbe stata sola e non ce l’avrebbe fatta.

    Una volta, mentre si apprestavano a recarsi in auto da chi li aveva invitati, dopo l’ennesima invettiva contro la vita che la obbligava a condurre, lui uscì dai gangheri:
«Ma cosa pretendi? Vattene!», in tono alterato.
    Non rispose. Chinò il capo, si richiuse in sé e lui si sentì male.

    Parecchi mesi prima, alla clinica, facevano il punto della situazione. Una neurologa, pane burro e marmellata, alla suggestione di provare un metodo diverso di allenamento cerebrale, non solo contrapponeva un netto rifiuto ma raccomandava a lei di “resistere”, di non farsi mettere sotto pressione. Rifiutava qualcosa di assodato, solo perché non lo conosceva ed era un “povero ignorante”, fra l’atro di sesso maschile, motivo predominante, a proporlo.

    Lei recepì stranamente bene il messaggio, assumendo anche per il resto un comportamento di rifiuto assoluto, che già in passato smussava dietro l’evidenza dei fatti. Solo lo sviluppo della patologia, l’insicurezza, sarebbero stati in grado di renderla più malleabile, condiscendente, forse perché incapace di una reazione, d’intravedere uno sbocco.

    Farfaglia era un punto di riferimento, il luogo preferito per le ferie, sebbene ai tempi privo delle comodità del posto che ora li ospitava.
Perché?

    Nei suoi ricordi si affollavano solo le immagini di decenni ormai lontani. Ricordi che anche lui ripescava con piacere, ma impossibile a rivivere, il posto ora occupato dalle nuove leve.
    C’erano stalle e animali, e i cani che spesso di notte non smettevano di latrare facendola brontolare. Un passato bucolico che i figli piccoli assaporavano, liberi di scorrazzare tra le colline dove la bassa macchia mediterranea era regina.

    Fu costretto ad accontentarla, e due sere su tre, se non tutte le sere, sedevano alla tavola che la nipote, lavorando dalla mattina alla sera, sempre di corsa, occupandosi dei genitori anziani e di salute precaria, apparecchiava con arte per i tanti commensali.

    La ultra ottantenne moglie del fratello affetta da uno stato di demenza pronunciato:
«Non si vedono più mosche.»
«Beh ma queste cosa sono?», lui.
«Sì ma non come negli anni passati.»
«Ah!»
«Gli uccelli sono spariti… Non fa più caldo come una volta.»
    Si crepava.

    Sedute accanto, le due donne rivangavano un trascorso rimesso a nuovo, travisato. Spesso la nipote dava loro qualcosa da fare: pulire i legumi, preparare un’insalata.
    Occupate, continuavano a raccontare, a lagnarsi, passavano il tempo e lei per un po’ si sentiva nuovamente in vacanza.

    Abitavano il villino da diverse settimane. Presto sarebbe arrivato uno dei figli con moglie e suoceri.
«Da dove viene nostro figlio?»
    A lui mancò quasi la parola:
«… abita poco distante da noi.»
    Poi, guardandosi attorno, confusa:
«Ma dove dormiranno? Non c’è posto. Ci tocca partire.»
«Ma no! La casa è su due piani. Vieni su…», salirono la scaletta interna a chiocciola, «…vedi ci sono due grandi stanze da letto, una l’abbiamo occupato noi fino a ieri. Guarda, sono più belle dell’angolo che giù ci ospita, anzi sono lussuose, e godono di un piccolo soggiorno con una veranda stupenda.»
    La confusione rasentava il panico e si rifaceva viva il giorno dopo o quando il discorso cadeva sul figlio.

«Quando veniamo dal mare, per favore prima di entrare, sciacquiamoci e allontaniamo la sabbia dai piedi.»
    Non c’era verso. Doveva impedirle d’impossessarsi delle chiavi di casa e anche allora:
«Posso prendere dentro le pantofole prima di andare sotto il rubinetto?»
    Non era concepibile sciacquarsi i piede nei sandali per il mare.

    Qualcuno le chiese se fosse andata nell’orto, giusto tre scalini più in basso.
«L’orto? No. Dov’è?»
    Seduta su un muretto sotterrava il mozzicone prima di accendersi la prossima. Le immagini captate e trasmese dalle pupille, si arenavano, restavano impigliate tra cellule neuronali asfissiate, alterate.

    Viveva nel terrore di rimanere sola e rifiutava che lui avesse da fare qualcosa a pochi metri dietro la porta. C’era il pericolo che non sarebbe più tornato. Lontano dalle sue orecchie in un momento forse meno fosco confidava ad alcuni parenti:
«Speriamo che possa morire prima di lui.»

    Nuovamente a casa al nord delle Alpi, al mattino, da poco fuori dal letto, gli chiede con apprensione:
«Stai uscendo? Dove stai per andare?»
    Cerca nel calendario murale dove annota appuntamenti e date:
«Che giorno è oggi? ... Che programma abbiamo?»

    L’assenza di un impegno preciso, la riga vuota, le procura un’incertezza mostruosa.
    Si allontana verso il vano dove sta il suo computer. Il solitario o un altro giuoco abitudinario ancora la occupano. La TV accanto, che in vacanza rifiutava di guardare perché non esisteva nel passato trascorso nell’isola, sciorina immagini e notizie senza pausa. Lei non guarda più, non ascolta. Sente solo voci, quindi non è sola, non importa cosa dicono.

    Ogni tanto riempie qualche casella dei cruciverba con i termini ripetitivi ancora presenti nella memoria, fuma accompagnandosi con una tazza di caffè, si alza, va e chiede:
«Cosa devo fare?»

    Osserva ciò a cui lui ha messo mano come se lei stessa non l’avesse mai visto o fatto nel quotidiano del suo passato, lo sguardo vuoto, vaga in un mondo di figure fluttuanti, amorfe, avvolte dalla nebbia in un tunnel senza sbocco.
Alzheimer!

27.09.2015

Eolo e Febo, il vento e il sole, ieri a giocherellare oggi a darsele, non con le mani ma facendosi dispetti, erano amati e detestati da chi era costretto a subire i loro capricci.
Era però Eolo, instabile e irascibile, a causare più malumori. Febo, troppo potente per temerlo, lo lasciava fare tranne quelle rare volte quando si vedeva costretto a dimostrargli la sua indiscussa superiorità. Insieme, quando non litigavano, deliziavano gli esseri e la natura sorgente di sensazioni voluttuose, accarezzate dalla brezza tiepida.

Eolo, un giorno come un altro, avanzava a passi decisi: arcigno, sguardo irrequieto, il corpetto stretto da cinture, cinture che stringevano le suppellettili ai polpacci. In testa un cappellone tenuto saldo da un sottogola, le falde assicurate con bretelle agganciate al corpetto.

“Ma come fa a muoversi così conciato?”, si chiese chi gli veniva incontro in abito leggero, capo scoperto e chiome bionde abbondanti, ondulate fino alla nuca. Sorridente, più che al dio Sole, somigliava a un adolescente intento a seguire il volteggio delle farfalle o il ronzare assiduo delle api da un fiore all’altro.

«Buongiorno Eolo! Scusa, dove vai imballato e stretto come un salame nello spago?»
«Lo puoi ben dire. Devo! Non posso permettermi nessuna falla.»
«Perché cosa ti attende?»
«Mi sposto verso un altro punto della rosa. Conosci la mia rosa, vero? Da lì sarò più forte ed efficiente nella direzione che mi lascio alle spalle. E tu non temi che il mio soffio possa strapparti le chiome e gli abiti fluenti che indossi?» espirando spazientito e dicendosi: “uffa, questo curioso e scocciatore”.

Le chiome svolazzanti per l’uffa, l’altro provò a rimetterle in ordine.
«Conosco la rosa attorno alla quale ami spostarti. Presto più attenzione alle nuvole tenute in riserva per te e che vai a scovare per farmi dispetti, nascondendomi anche quando non dovresti.»
«Come vedi, dimostro di essere più efficace e più efficiente di te.»
«Mah! Non ne sono convinto. Sei sempre pronto ad approfittare se allento il controllo. Direi che efficacia ed efficienza si misurano dai risultati a seguito del nostro agire. E non sono disposto a fare la sentinella per non farti impadronire di nubi e pioggia anche la notte quando sono assente.»

«Ecco tu sei Febo e io sono Eolo! È proprio qui che ti volevo. Con nuvole o pioggia, di giorno o di notte io posso fare valere la mia forza sulla natura e su ogni essere e sfido chiunque provi a negarlo. Mentre tu...»
«Non lo nego», lo interruppe Febo con un cenno, «e sono contento se moderi la mia potenza ma affinché ci sia vita, devo adoperarmi a che raggi di luce e di calore arrivino sulla faccia visibile della terra. In loro mancanza avremmo solo morte e deserto. Inoltre senza impegnarmi troppo né peccare di superbia, il mio effetto sulla natura e sugli umani, senza escluderti, è di gran lunga maggiore di ogni altro.»

«Ah, ah, ah! Dovresti dimostrarmelo!», e con un soffio possente scompigliò gli abiti di Febo quasi a strapparglieli via assieme ai capelli.
«Ascolta Eolo! Sta buono. Io occupo altre sfere e sono qui perché mi piace muovermi tra prati, flora e fauna. Se proprio vuoi, mettiamoci alla prova, vedremo chi di noi due, ottiene in meno tempo il miglior risultato ma a una condizione.»
«Che sarebbe?», facendosi attento.
«Niente violenza.»
Eolo prima storse il muso poi, curioso e fanfarone:
«Accetto! In che consiste questa tua prova?»

Dal sommo del colle, dove si erano incontrati, la vista spaziava sui dintorni e i loro occhi carpivano a distanza inimmaginabile i più piccoli oggetti, pensa poi le persone.
«Vedi quella giovane donna, laggiù?»
«Certo, dimmi!»
«È bella, vero?»
«Caspita! È una gran bella figliola. Vuoi lottare contro di me per impossessartene?»
«Ma che pensieri barbari ti vengono in mente! Vuoi rimanere l’Eolo selvaggio o cosa?Contentiamoci di ammirarne le fattezze e di accarezzarla mentre va tra l’erba e i fiori del prato.»

«Ebbene», fece Eolo con uno sguardo di sfida, «veni al sodo!»
«Vediamo chi riesce a spogliarla in meno tempo. Ci stai? Ma ti avverto, nessuna azione da comprometterne l’incolumità.»
«Un giochetto da ragazzini. In compenso cosa ci guadagno?», certo del proprio successo.
«Se ci riesci te ne godrai la vista, l’avvolgerai con il tuo soffio e io propagherò in tutta la natura la tua efficienza. Dipende da quanto ci metti.»
«Quanto tempo mi concedi?»
«Tanto quanto ne necessiti ma devi riuscirci un po’ prima del tramonto, perché a quell’ora, impegnato altrove, non potrò entrare in competizione.»

Eolo consultò il cronometro al polso. Almeno cinque ore a sua disposizione. Gli sarebbero bastati pochi istanti per denudare la giovane. Seduta stante, le indirizzò un potente getto d’aria cogliendola all’improvviso.
Quella, sorpresa, provò con le mani a frenare le chiome impazzite. Con uno sforzo fuori del comune, riuscì ad avvolgere il capo in una sciarpa mentre Eolo la strapazzava sollevandole le vesti, ridacchiando alla vista delle nudità scoperte.

La donna si piegava, abbassava le gonne, se le stringeva tra le gambe, si accoccolava al suolo. Soffiando ancora più forte lui la faceva traballare, la sollevava quasi ma la vittima opponeva una resistenza accanita e, al suolo, si aggrappava a ogni pianta o ciuffo d’erba che arrivava ad agguantare. Quasi una lotta per la sopravvivenza mentre per Eolo era un capriccio: vincere o perdere una scommessa.

Mise in azione i folletti piroettando su sè stesso e mettendo alla prova le cinture che lo stringevano e la tenuta del cappello. L’altra resisteva a oltranza.
Voleva ma non poteva andare oltre, la condizione posta prevedeva incolumità e Febo era lì a sorvegliare.
Un’ora dopo esaurita la potenza, come un otre vuoto e flaccido, le braccia penzoloni, dovette chetarsi.
«Certo ora che è stanca tu avrai la meglio. Ti sei preso giuoco di me facendomi intervenire per primo. Furfante!»
«Nessuna furfanteria.» gli rispose Febo, «La violenza è dei deboli. Io non le scuoterò nemmeno un capello. Sono qui a provartelo.»

L’atmosfera ritornata tranquilla, Febo indirizzò i suoi raggi moderati sulla donna spossata, intenta a riaversi.
Non ci volle molto. Seduta in mezzo al prato allontanò lo scialle, si aggiustò le chiome abbondanti e fece scivolare i palmi delle mani sul viso. Febo la osservava sorridendo mentre Eolo attendeva qualcosa di forte da un momento all’altro senza che ebbe a manifestarsi.

Il corpo irrorato dal calore, la giovane si guardò intorno e non scorgendo presenze indiscrete si liberò delle suppellettili. Via le vesti, via gl’indumenti più intimi, si avviò verso il ruscello che scorreva vicino. Eolo faceva gli occhi grossi. Lei sedette nuda lasciandosi accarezzare dall’erba ancora leggermente umida per gli spruzzi causati dalla furia dei soffi e, pochi istanti dopo, si distese supina abbandonandosi al sonno.

Eolo consultò il cronometro, “impossibile” constatò fra sé e sé, “solo alcuni minuti”.
Febo lo guardò sorridendo:
«Beh Eolo che ne dici?» e non ottenendo risposta, da un compare che ora faceva il broncio, «Fa scorrere il tuo alito sul suo corpo. Gratifichiamola assieme al tiepido calore dei miei raggi.»
«Va bene Febo.», leccandosi le labbra asciutte. «Per questa volta hai vinto.»
«Lascia perdere! È l’esito che conta. Non ne è valsa la pena?»
«Beh... sì.», ammise; liberandosi del cappellone, allentò le cinture che lo soffocavano e si asciugò il sudore senza prestare attenzione al sorriso bonario e pieno di luce di Febo.

ricavato e ampliato da un’antica favola ellenica di terza elementare.

S. C. M.
3 novembre 2021

Ronco Leone a Noto (SR)

Ronco Leone a Noto, angolo a cul di sacco del piano alto, “U Cianazzu”, era un piccolissimo spicchio di mondo che sembrava nato dal pennello di un impressionista. Il numero quattro mi ospitò tra i sette e i dieci anni, prima di essere trasferito in collegio nel 1950. (Su google.map l’immagine del ronco rimasta quasi identica negli anni)

Sboccava sulla Michele Amari, conosciuta in quel tratto come “Calata ri l’Acqua Veccia”, “vecchia discesa dell’acqua” o della “vecchia acqua”, dal manto prima calcareo e poi acciottolato, che le burrasche si divertivano a scavare.

Trainare su il carro era un’impresa per gli asinelli, e cavalli e muli facevano tintinnare le "cianciane" (sonagliere) del sottogola a ritmo sostenuto, per liberarsi al più presto dello sforzo una volta al sommo, mentre le ruote del carro sobbalzavano su buche e ciottoli divelti. La discesa non era di meno. Le bestie procedevano guardinghe per sostenere la spinta del carro. Cinquant’anni dopo, a parte gli abitanti, i carretti siciliani e qualche parete imbiancata, non era cambiato molto.
Anche io non ero più del luogo.

In gergo li chiamano “ronni ri casa”, (donne di casa) quei folletti che si divertono a fare sparire aghi, calze, forbici e altri oggetti in mano fino a pochi minuti prima e di botto introvabili. Intrecciano le criniere e le code dei cavalli durante la notte, arricciano il pelo ai gatti e ai cani, si scapricciano e sghignazzano alle spalle dei poveri diavoli di cui si prendono giuoco. Gli allitterati li definivano superstizioni, arterie cerebrali incrostate e, in tempi più moderni, effetti da demenza senile, Alzheimer, ma vi giuro che non è così. Sono sempre loro: i folletti.

Ieri mattino per esempio mi avevano nascosto il boccale di plastica dove non lo avrei mai cercato e nel pomeriggio mi hanno fatto scervellare per una busta con il login per accedere al conto corrente. Ma dico io. L’avevo sotto gli occhi eppure loro la occultavano. Da prenderli a calci nel sedere o spruzzarli con DDT o cianuro di potassio. Quando in casa c’era la consorte, spesso era lei che ci metteva mano senza ammetterlo, ma ora che sto solo, sono loro a raggirarmi e a sbellicarsi di risa alle mie spalle vedendomi arrabbiato.

Aveva ragione a “za Mena a Murtiddara”,  (zia Carmela Mortellaro anche se non era zia di tutti) ormai vedova Vinci che, con le mani eternamente nascoste sotto il grembiule, brontolava e imprecava perché le avevano nascosto la padella o la casseruola o avevano messo paura al gatto che terrorizzato si era dileguato per ore e non perché andato in cerca di avventure feline. Il guaio era quando quei furfantelli le spostavano l’orinale che di notte non trovava più.

Avrebbe voluto avere in casa il figlio Paolino, custurinu  (questurino), di oltre uno e ottanta e dall’occhio vigile, per poterlo lanciare contro quei diavoletti al posto suo che un po’ ingobbita, gli arrivava sì e no alla cintura da dove pendeva lo sputafuoco. Ma Paolino Vinci era via, al Nord, era sì nella questura, portava il pistolone ma non indossava mai la divisa.

Si accedeva al ronco dopo avere superato un primo piano e tre ordini di quattro gradini dai bordi lastricati con grosse pietre. Ricordo solo vagamente chi abitava ai lati del piano di accesso con suolo acciottolato come il resto.

A sinistra del secondo ordine di gradini un tugurio, un buco nero privo di numero civico forse ormai ostruito, ospitava Paulina Cardinale, “a ngrasciata” a dispetto del cognome, con la figlioletta sotto assedio di un esercito di mosche che pascevano sul suo visino appiccicoso di muco e grasso, e il marito Vicienzu, con pancia e testa abitualmente sature di rosso che lo faceva ondeggiare e minacciare, bestemmiando la mala sorte. L’asino, quando era di casa, alloggiava in fondo; “a tannura” (per cucinaare) erano alcune pietre su un muretto fuligginoso e nell’ultimo angolo buio tra frasche e legna c’era il buco per il pozzo nero. Quei pochi litri di acqua indispensabile, Paulina, parsimoniosa in tutto, andava ad attingerli al rubinetto pubblico (a cillitta) dei dintorni.

Dopo la terza gradinata, il ronco continuava in salita prima di allargarsi e inoltrarsi a gomito su un piccolo pianoro con una conca dove stagnava l’acqua di un’eventuale pioggia. Da alcuni scalini e dal pianerottolo protetti dall’inferriata, si accedeva a un uscio della za Mena, l’altro sboccava all’opposto sulla Principe Umberto.

Sopraelevato al tugurio e di fronte alla “za Mena” abitavano Cicciu Macca e Currarina. Un interno lindo e latteo da villaggio arabo, con la pergola nel corridoio, nascosta dietro il portoncino marrone dell’ingresso e a lato della stretta scalinata ricurva per accedere al terrazzo con vista spaziosa sulle vallate a ponente.

Currarina quarantenne, faccino e testa rotondi, piccola ma non gracile, ordinata, portava la treccia a “tuppo”. Senza figli, il marito partiva la mattina e ritornava la sera, lei eternamente indaffarata, quando camminava si dondolava frettolosa come una papera intenta a tenere insieme una nidiata immaginaria. Anche la loro casa godeva di due ingressi così la giumenta non attraversava i vani per raggiungere la stalla.

Se dovessi recarmi su, dove da ragazzino alloggiavo, dovrei fare pausa prima di affrontare l’ultima gradinata. Gli anni pesano sul groppone e il groppone è sostenuto dalle gambe. Ci arrivo comunque mentalmente al rifugio di due vani al numero quattro, con ingressi separati e su due piani distinti. L’interno, più in basso, comunicava con l’altro attraverso la volta di un cunicolo con alcuni scalini che un gatto doveva superare saltando e io appoggiandomi alla parete andando su e in giù per evitare di rompermi il collo.

I vani erano vasti e mia madre aveva permesso l’acquisto di quel pied-à-terre, a condizione che l’animale al traino godesse di accesso e stalla separati. A giusta ragione non immaginava manco lontanamente decorare dove si mangiava e dormiva, con qualche chilo di sterco fumante del quadrupede in transito che fra l’altro, ferrato, rischiava di scivolare sui mattoni di terracotta e di spaccarli.

La stalla era ampia e si divideva in diversi settori d’uso: greppia, fienile, pozzo nero, angolo per legna e carbone, cucina. Tutto su un pavimento di larghe pietre levigate.
Non ho mai amato i pozzi neri. Meglio in piena campagna a ridosso di un cespuglio con gracchi e corvidi che svolazzano e osservano curiosi e avidi il biancore delle chiappe, piuttosto che andare a versare l’acqua per eliminare le tracce residue dal trono, ma vi ero costretto e inutile far finta di dimenticare. “O tempora, o mores!”.

E degli altri abitanti che ne era?
Lasciando per ultimo la famiglia gonfalone con la quale ero in contatto ininterrotto, stringiamo la mano a Neli Alizi, all’anagrafe Emanuele Galizia, di taglia rispettabile, rumoroso in casa e fuori, specialmente se come Vicienzu, aveva messo mano o, meglio, bocca al bottiglione di rosso. Una buona scusa per menare moglie e figli. L’unico a scansarsela era il più piccolo con cinque anni meno di me, che nascosto sotto il letto o in un cantuccio sfuggiva alla sua vista offuscata dal nettare di Bacco.

Alla ronna (donna) Paulina, la moglie, avevano appiccicato il soprannome di “pipiana”, uno perché la parlata rammentava il pigolio di un pulcino e due perché poveraccia era spesso a lagnarsi del marito un po’ troppo manesco che don Ciccino, di cui riferiremo tra poco, ogni tanto si vedeva costretto a rimettere in riga. E Neli che oltre le mura di casa, sbraitava ma non aveva mai messo le mani su chicchessia, compunto, si teneva buono ma solo fino alla prossima bevuta che non tardava.

E dire che i ragazzi e le ragazze erano abbastanza svegli. Uzzu, abbreviativo, diminutivo, e vezzeggiativo di Corrado, santo patrono di ricchi e poveri ma più dei primi che degli altri, quando arrivò alla maggiore età, non se la sentì più di sopportare le fisime e le lune di traverso del padre e lo piantò in asso.

Paolo, terzogenito, alla ricerca costante della buona occasione, svicolava, trovava sempre un espediente per trarsi d’impiccio in casa e fuori. Il non essere troppo selettivo su compagni e tipi di affari, rendeva, e il padre lo rispettava proprio perché al figlio il bigliettone in tasca che gli consentiva il fiasco, non faceva difetto. Tralasciando il piccolo, restavano le due ragazze.

Maria, la primogenita, si avvicinava ai venti. Tutt’altro che insignificante, i mosconi facevano ressa. Aveva però la smania di impiastricciarsi le labbra di rosso vivace tralasciando magari di curare il resto. “Innamorata” di me, come lo si può essere di un ragazzino, mi dava la caccia e quando arrivava ad avermi mi deturpava il viso spiaccicandolo di baci con quelle labbra pingue, sovraccariche di rossetto umido. Ero terrorizzato!

Fuori, nel ronco, appena la scorgevo, se in tempo, mi rifugiavo in casa. Le sue coetanee, mia sorella compresa, piuttosto che proteggermi se la ridevano facendomi inviperire. Quei baci quasi violenti penso che mi abbiano traumatizzato e ancora oggi non sono proprio propenso a prenderne o a distribuirne. Non ne vedo la necessità, tranne che non siano di altra natura. In tal caso mi vendico.

Di sua sorella Nuccia non posso dire molto a parte le scenate e i ceffoni che suo padre non le risparmiava perché pescata a “confabulare” dietro l’angolo con quello o quell’altro ragazzo.

Ed eccoci all’ultimo capannello con Mariuccia, Enzo e Francesco Giusto, alias don Ciccino, il papà, tralasciando il resto della famiglia che mi coinvolgeva di striscio, sebbene donna Giovannina all’aspetto giunonico accordasse polso e intraprendenza e che senza di lei Ronco Leone non sarebbe stato tale. Iniziando dal basso per ordine di età c’era Enzo sui sei, il prossimo ero  io tra otto e nove, seguiva Mariuccia con due in più di me.

Questo trio di mocciosi stava volentieri sotto l’ala di don Ciccino, falegname esperto a costruire sedie ma con salute precaria: un’ulcera gastrica, rinvigorita e alimentata dal fumo, gli diede il colpo di grazia non molto più tardi.

Non dico che i tre fossimo appiccicati l’un l’altro. Impossibile, perché Mariuccia quando non era a scuola aiutava la sorella maggiore nel verso di casa, Enzo ben messo e con uno spiccato senso d’avventura, appena intravedeva uno spiraglio se la squagliava unendosi a una delle orde schiamazzanti di coetanei che infestavano i quartieri e io, il piccolo muntagnisi calato dal colle, che gracile trovavo svago nei libri.

Ero però affascinato dai cannoli che la pialla di don Ciccino estraeva dal grezzo per preparare spalliere, caviglie, gambe di sedie o altri mobili. Quei riccioli attorcigliati, partoriti dalla buca dell’attrezzo, erano di bimbi che, ridacchiando al ritmo dello sfrego stridulo con il legno, abbandonavano la bietta, sfioravano il ferro e si adagiavano silenziosi ai bordi del banco. 

La magia animata dal mio sguardo attento ed empatico, sboccava in una lieve malinconia osservandoli immobili, privi di vita, accumulati dalle mani del falegname in attesa della fiamma che li avrebbe avviluppati.

Vivi e presenti anche dopo quasi tre quarti di secolo le serate invernali quando, in cerchia, davanti a don Ciccino, pendevamo dalle sue labbra o quando per il gioco dell’oca con i dadi tra le mani a coppa, prima di lanciarli sbattendoli, scongiuravamo il nove recitando “quattro e cinque”, “sei e tre”, “vola!”. E il nove arrivava come il frullo d’ali di una ronna ri casa, di un folletto, rischiarato appena da un’unica lampada esterna che dal lungo braccio nero, ricurvo, attaccato al muro, proiettava una luce giallognola e apatica su ciottoli e mura del Ronco Leone di Noto.

S. C. Magro

ottobre / novembre 2019

«È l'unica libera.»
«Dov'è?»
«In fondo alla fila chiusa da quel gorilla al femminile. Difficile che qualcuno la occupi.»
«Non sarà mica cannibale?»
«Ci sarebbe da chiederselo. No dai, è piuttosto gentile, troppo. Sai com'è, i maschietti sono presto feriti nell'amor proprio. Si sentono umiliati.», concluse l'allenatore e titolare del centro.
Una selva di croci.
Sghimbesce, alcune hanno abbandonato il piedistallo. Giacciono a lato in frantumi. Tante restano ancora erette tra putti lucidi marmorei che rifrangono i raggi solari e putti in pietra opachi, corrosi dal tempo, pronti a sgretolarsi.
Lapidi, tante. Un festival di nomi e date: n. il…, m. il…, incisi nel marmo paziente, polveroso.
Qualcuna solo con: n. il…, in attesa silenziosa, certa che prima o poi finirà. Una sequenza muta d'immagini in bianconero. Espressioni le più strane ammiccano dall'oblò ovale riconoscenti ai fratelli Lumières.

Anni 60 del 1900.
Il mattino in cui Nando andò via, prima di lasciarsi dietro l'ultima casa del paese, uno dei tanti ragazzini sudici e spensierati, correndo dietro la palla, attraversò la strada costringendo l’auto che trasportava lui e la sua malmessa valigia a un brusco arresto. Allo stridere dei freni, una donna, forse la madre del monello, veniva sulla porta di casa e scambiava con l'autista una filastrocca di insulti e minacce, per poi congedarsi con un gestaccio della mano.
Dal marciapiedi il mariolo, ormai al sicuro, faceva le boccacce.

«Paese sconcio e miserabile», brontolò Nando quasi tra sé, «finalmente ti lascio
«Beato te che te ne vai.», aveva commentato con rimpianto il tassista, «Troppo vecchio per farlo anch'io
Il giovane infatti andava lontano, all’estero.

«Che stai facendo?»
«Scrivo?»
M’indirizzò un’occhiata sprezzante dal sommo del capitello di granito in stile dorico dove stava appollaiato da millenni, affacciato sull'ingresso di quell’antro, il suo tempio, scavato nel ventre della roccia, lui forse una volta corvo o cornacchia e ora condor delle Ande dal piumaggio ormai scialbo. Tra gli artigli, ogni tanto ne sollevava uno perché forse pativa di artrosi, strane prede: serpi velenose, ricci, conigli, volatili e altre carogne.

     Lo rassomigliavo a un canonico di fine ottocento con testa pelata, collo lungo coperto di peluria bianca mentre borbottava parole del breviario, o a un vecchio monaco brontolone con il saio sporco e segnato dall’usura.

We use cookies

Utilizziamo i cookie sul nostro sito Web. Alcuni di essi sono essenziali per il funzionamento del sito, mentre altri ci aiutano a migliorare questo sito e l'esperienza dell'utente (cookie di tracciamento). Puoi decidere tu stesso se consentire o meno i cookie. Ti preghiamo di notare che se li rifiuti, potresti non essere in grado di utilizzare tutte le funzionalità del sito.